sabato 22 maggio 2010

Per una prefazione

Per una Prefazione a "La difficile luce"- 2005, di
Felice Serino (rimasta inedita)


Felice Serino è un poeta nella maniera più singolare del
termine e già nel 2002 il suo linguaggio si era fatto
chimerico e antitradizionale nella raccolta " Fuoco
dipinto ", intervallato dai commenti del fraterno suo
amico Luca Rossi.
Ora torna a farsi rileggere con " La difficile luce ",
quasi un suo procedere nel buio alla ricerca di molecole
di luce, tanta luce che egli sente come irraggiungibile
e misterica.
Parafrasando un concetto daliniano dell'opera pittorica
dell'artista spagnolo, dal titolo " Galatea con sfere "
del 1952, Felice Serino ha scelto, come immagine di
copertina per il suo libro, proprio questo dipinto di
Salvador Dalì in cui il volto di una donna (Gala, la
musa-compagna di Dalì) è nel
raggruppamento/allontanamento di sfere di varie
grandezze e quasi opalescenti.
Dalì era pervaso da idee spesso provenienti da incubi e
deliri, che egli magistralmente - interpretando la voce
notturna del suo inconscio - riportò sulle sue tele e
nacquero capolavori densi di soggettivismo e
ambientazioni oniriche, dove è facile il ravvisamento
dei simboli provenienti dal significato dei sogni
secondo Sigmund Freud , conosciuto dal pittore nel
luglio 1938.
Il confronto Serino/Dalì è nato per la scelta di questa
immagine iniziale, posta sulla copertina del suo
florilegio poetico e da qui parte la cosiddetta
dematerializzazione della poesia da parte dell'autore
che, in un certo qual modo, ha tentato la via per andare
all'origine di quest'arte,così da riassaporarne
l'energia primordiale.
La primordialità era nella non-coesione delle molecole,
delle sfere sospese nello spazio ancora nella sua fase
di abbozzo e lo stile poetico di Serino è fluttuante,
allo stesso modo delle sfere, e anche mistico. Il
sentimento acritico dell'autore ha fatto sì che egli
scrivesse dei pregevoli versi anche per il Mahatma
Gandhi: "miracolo il sorriso/ interiore/ mentre il mondo
ti ringhia addosso/ ti offri s'apre una rosa/ di
sangue/ nel Cielo un canto d'alleluja/".
Comunque è tutto un percorso ondeggiante quello
intrapreso dal poeta che non ama quel senso stagnante
che s'impossessa delle cose, per cui l'andamento poetico
resta indeciso, come indecisa è la luce da lui
inseguita: "a metà del suo corso la notte/ inghiotte
l'ultima luce - rende/ suoi ostaggi i corpi/ su un mondo
immateriale - più nostro -/ il sogno apre il sipario ".
(Da " A metà del suo corso la notte ").
Se questa condizione di 'difficile luce' è stata per
Felice Serino un motivo di versificazione, allora
bisogna dire che non è stato poi così arduo descriverla
nella fluitazione dei propri propositi.

Poetessa Critico Isabella Michela Affinito

sabato 8 maggio 2010

recensione di Fabio Greco

VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA

Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo
piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie
più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978;
"Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia"
1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche
la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così
sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno
metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono
solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto
il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai
stancare la sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele
spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva:
il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità,
l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice
verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie
ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose:
"la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso
come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita,
nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la
denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che
urla / la storia attraverso i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite
anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri.
Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico:
"gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che
si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi /
di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di
uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido /
dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti
fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la /
coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro
autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe
incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di
coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare
una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove
tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come /
giuda col tuo peso / di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo
premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'
insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a
troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che
"le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono
leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa / il segno della croce
mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con
una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e
chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo /
dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno /
in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo
in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria
di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive
viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'
altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una
fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di
ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se
stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria
morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro
concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui
che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di
riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli
uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra /
sé e la sua fine".

Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]