sabato 19 giugno 2010

recensione di Giuseppina Luongo Bartolini

Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai
fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione.
In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del
trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel
clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge
al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima
espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso
ed il sublime della vita – della nostra esistenza.
La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua
parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo
pensiero e della tua visione del mondo.
Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte
dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra /
da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e
proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”
La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi
dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo
squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro”
universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente
significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come
ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il
vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che
ripongono nella Fede la loro risposta.

Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte
vanno di pari passo.

Giuseppina Luongo Bartolini

24 maggio 2009 [lettera privata]

sabato 5 giugno 2010

recensione di Reno Bromuro

Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.


«È salamandra

sorpresa immobile

che finge la morte»


Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un'utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all'immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell'essere vitale. Da ciò risulta che oltre l'analogia con la vita vegetativa, valida solo nell'uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell'espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell'uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall'«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l'istinto comunitario e sociale, l'affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.


Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l'incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell'esistenza fisica.


«ora m'incolpi del mio silenzio e

Tu dov'eri mi chiedi quando a migliaia

venivano spinti sotto le docce a gas

Io ero ognuno di quei poveracci in verità

ti dico Io sono la Vittima l'agnello la preda

del carnefice quando fa scempio

di un bambino innocente

Io sono quel bambino ricorda»


Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d'amore, di essere amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell'azione fisica che partecipa, senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica. Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d'essere in collera ed eccitarsi alla collera.


«imbevuto del sangue della passione un cielo

di angeli folgora l'attesa vertiginosa

nella cattedrale del Sole dove ruotano

i mondi

è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)


Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all'espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all'eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev'essere legato ad un'elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L'io ideale».


«oltre lei forse fra le stelle

dura quel sorriso che nell'aria

ti appare ora sospeso come fumo»


Nella totalità dell'esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l'altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.


L'artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un'Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un'opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l'Arte maggiore ha necessità dell'aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un'arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all'«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l'Arte maggiore. Per giustificare quest'atteggiamento, occorre risvegliare l'io cosciente, in modo che l'opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell'autore.


«anch'io in sorte ho avuto una croce la Croce

la più abietta la benedetta

anch'io ho urlato a un cielo muto e distante

Padre perché

perché solo mi lasci in quest'ora di cenere e pianto»


Nonostante l'effettiva bipolarità tra «L'io creativo» e il «Sé razionale» l'io personale, l'unità dell'individuo umano non deve rimanere inalterata nell'esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all'io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».



© Recensione a cura di Reno Bromuro