sabato 22 dicembre 2012

Vladimir Majakovskij, Dopo i prelevamenti (Germano Mandrillo)

Il battello ebbro - Arthur Rimbaud

Antonio Porta


UNA CITAZIONE


PER ANDREA ZANZOTTO

“Prego che la poesia
forte e pietrificata
in passato e in futuro
voglia sgorgare adesso liquida
musica su da un pozzo inesauribile
(fin che l’uomo abiti la terra)
e questo scorrere sorgivo e antico
passa dal filtro mio
ma è poi di tutti,
insieme ci mettiamo in ascolto.”

Antonio Porta – 1986 (pubblicata postuma)

Poesie di Antonia Pozzi

Vertigine
di Antonia Pozzi


Afferrami alla vita,
uomo. La cengia è stretta.
E l'abisso è il risucchio spaventoso
che ci vuole assorbire.
Vedi: la falda erbosa, da cui balza
questo zampillo estatico di rupi,
somiglia ad un camposanto sconfinato,
con le sue pietre bianche.
Io mi vorrei tuffare a capofitto
nella fluidità vertiginosa;
vorrei piombare sopra un duro masso
e sradicarlo e stritolarlo, io,
con le mie mani scarne;
strappare gli vorrei, siccome a croce
di cimitero, una parola sola
che mi desse la luce. E poi berrei
a golate gioiose il sangue mio.

Afferrami alla vita,
uomo. Passa la nebbia
e lambe e sperde l'incubo mio folle.
Fra poco la vedremo dipanarsi
sopra le valli: e noi saremo in vetta.
Afferrami alla vita. Oh, come dolci
i tuoi occhi esitanti,
i tuoi occhi di puro vetro azzurro!


*

La campana sommersa
Per i miei occhi malati,
una trasparenza di falso cielo,
dentellata di falsi pini.
Da una tempia all'altra,
sospeso a una tensione acuta di violini,
un dondolio d'intensità diverse,
rotto da scrosci fondi.
Nell'anima,
nessun motivo costringente:
poche note sgranate e increspate
liberamente.


Milano, 26 aprile 1929







Antonia Pozzi - foto album

sabato 8 dicembre 2012

Sono Blue

Da -In sospeso divenire- (5)

FELICE SERINO

IN SOSPESO DIVENIRE (5)

-POESIE DELL'IMPERMANENZA-


IL ROVESCIO

capovolte
le apparenze

... se era questa la vita - ti chiedi -
figura d'un sogno che
se stesso sognava...

*

VERTIGINE DEL CERCHIO

vertigine e chiusura
del cerchio

compasso che gira sulla punta
per mano dell'angelo personale

... l'uscita dal cerchio

-nella luce

*

LA BELLEZZA DELLA ROSA

[ispirata da una omelia]

le tue scelte abbiano
profumo di Paradiso
-anche se
verità attira
l'odio del mondo

la bellezza della rosa brilla
del sangue sulle spine



ALTRE (Poesie d'occasione)


NELL'AZZURRO RIFLESSO

(ad un corrispondente immaginario)

un altrove in me ride sereno
-ti scrivo oggi col cuore

come vorrei -in quest'ora benigna-
che la sprezzante tua penna
s'intingesse
nell'Azzurro riflesso
dove sputi

*

GLORIFICARE LA LUCE

(a un martire della cristianità)

complice il buio: a perdersi fra
le cose i gesti - nessuno
ad ascoltare il Grido - Dio dov'era...

nessun canto d'angelo
-il suo cadavere trafitto
sulla punta delle stelle

*

UN SENSO

"vorrei con le parole aprirti
questa vita come una mano"
Franca Mancinelli
da "Mala Kruna", Manni 2007


se sei in ritardo sulla vita
sulla sua "tabella di marcia"

... alza gli occhi al cielo
datti un senso


la vita una

pensaci

aggiusta il tiro



© by Felice Serino





Claudio Magris

CLAUDIO MAGRIS


"Forse è questo il peccato originale, essere incapaci di amare e di essere felici, di vivere a fondo il tempo, l'istante, senza smania di bruciarlo, di farlo finire presto. Incapacità di persuasione, diceva Michelstaedter.
Il peccato originale introduce la morte, che prende possesso della vita, la fa sentire insopportabile in ogni ora che essa arreca nel suo trascorrere, e costringe a distruggere il tempo della vita, a farlo passare presto, come una malattia; ammazzare il tempo, una forma educata di suicidio"

sabato 24 novembre 2012

Da: La vetrata nera


GIORDANO GENGHINI

DA “LA VETRATA NERA”
(Sez. 17.)


Forse è domenica - forse è ancora maggio
verso il sorteggio
è pronta l’urna letto fra le sbarre
verso le cifre bizzarre
oltre i sentieri antichi e l’erba nuova
oltre lontane grida di corvi
oltre steli che tremano nel vento
l’urlo nel corridoio è forte ora
e nel cortile dell’ospedale
niente più pezzi di rami
amianto sbriciolato come squame
di pesce grigio
più nessuno lavora non c’è gente
la vetrata nera
ricopre la città il cielo le forme
quella vetrata nera enorme taglio
nel ponte nel cervello l’osso il cranio
che divide la mente
di un albero tagliato resta il segno
vuoto e un ascia lasciata dentro il legno
morto e la traccia delle orme ed il sonno
e il niente - tutto è spento
e un ragno pende dal filo nel vento.





Genghini - A un poeta minore

A UN POETA MINORE DEL 1899

(FURTI DIVERSI: LIBERA TRADUZIONE
DI GIORDANO GENGHINI
DA JORGE LUIS BORGES)

Lasciare un verso per quell'ora triste
che sul confine del giorno ci attende
e legare il tuo nome alla dolente
data di oro e d'ombra tu volesti.

Con che passione, nel mesto tramonto
tu elaboravi quello strano verso
che fino al svanir dell'universo
ti avrebbe ricordato a tutto il mondo!

Se riuscisti non so, e non so nemmeno
se tu vivesti mai, fratello mio
ma sono solo e voglio che l'oblio

l'ombra tua lieve restituisca almeno
a questa mesta mia giostra in cui ora
le parole ricopre questa sera.



GIORDANO GENGHINI

RICCIOLI VERDI

Riccioli verdi eh? dici: e non capisci
se scherzi:
riccio aperto, stupito ti diverti
... fra brezze e versi, o versi frasche d'acqua
di fontana, a capriccio, e senti un terso
fruscio di uccello fra i ventagli. Guscio
sottile, dietro l'uscio è dolce e bello
e inatteso riaverti:
felci, capelli, scale d'aria e a luglio,
stamani, ala sorpresa, e nel mattino
frullo celeste di rose in cespuglio.
Credimi, cose strane:
spruzzi barocchi, vesti
fiorite, giochi sciocchi,
arazzi, fini pizzi di sorrisi,
visi, frizzi, improvvisi
guizzi di crine alpestre,
occhi, trine, finestre.

sabato 10 novembre 2012

I RITORNI - Salvatore Quasimodo

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Poesia di Guido Pazzi

GUIDO PAZZI


IL VENTO SCHIUDE UNA MANO

Dipinto da un mantello di pensieri
dove si posano le colombe sto ritto
nell'immenso a gustare i passi
dei millenni e i miragi del sortilegio
e il vento schiude una mano che tocca
le eternità in fondo al viso di Dio
e bagna gli spazi di silenzio.
Io m'ingigantisco di soavità
e raggiungo l'infinito che galleggia
raggiungo i suoi occhi nitidi di sollievo
dove il pianto ha bruciato i suoi doni
e un cratere di tristezza.
Visito cielo con l'impronta di autunni perenni
e fra poco avrò angeli che mi escono
dalle vene come sangue.




Al confine del tempo

AL CONFINE DEL TEMPO

di Giordano Genghini


Il tempo e lo spazio: o, meglio, lo spaziotempo. Una radice della indefinibilità dell'uomo e dell'individuo. Poiché ogni nostro valore e punto apparentemente fermo nella geometria razionale posa su una scommessa inerente lo spaziotempo. Le ipotesi scientifiche ci parlano di età cosmiche di miliardi d'anni che precedono la nostra comparsa (improbabilissima, sia per la specie che per l'individuo umano), e di miliardi d'anni che la seguiranno: e potrebbe trattarsi solamente d'un attimo, di una diastole/sistole, d'un battito di cuore in un corpo vivente di sovracosmo Altro. Poiché nulla ci consente di escludere, riguardo a ciò che consideriamo cosmo, che non si tratti di una singola cellula d'un organismio complesso: e così nella sequenza, aperta in entrambe le direzioni, come i numeri, all'infinito, l'homo sapiens è forse tappa parziale d'un ignoto cammino, che perfino il 'buon senso' suggerisce in corso anche altrove: nello sterminato cosmo, nell'Altro che si nasconde al di là della limitata sfera soggetta ai nostri organi di senso (cinque, non cinquanta, o cinquecento) ed ai loro prolungamenti, l'Altro sciolto (ab-solutus) dal recinto spaziotemporale che è il nostro carcere, ma al tempo stesso la scacchiera dell'esistenza - si può ex/sistere solo nello spaziotempo - l'Altro che dall'homo sapiens può essere, nell'avvicinamento massimo consentito, intuito come il protozoo, dal suo cosmo/pozzanghera, poteva intuire l'uomo e le ragioni dell'operare umano, come il bruco può intuire, nel proprio imbozzolarsi in crisalide, un'altra imminente dimensione della vita.
Ma intorno a ciò è dato fantasticare, immaginare, creare e tornire parole, sperimentando quali mutamenti della id/entità e dell'essere corrispondano al mutamento ed alla creazione del linguaggio e dell'ordito testuale: cosicché non è dato un pianeta ed una sua storia, ma il pianeta e la sua storia scritta dai grandi rettili in estinzione ed un pianeta e la sua storia scritta dai mammiferi incamminati verso il futuro - essi pure soggetti alla spada di Damocle del tempo. Innumerevoli dunque sono le storie e le cosmogonie e mitologie, altrettanti quanti i centri di coscienza separati attraverso i quali il Tutto ri/flette: ogni cosa "esiste molte volte, infinite volte" (Borges, La casa di Asterione).
Credo che il primo campo di battaglia della letteratura sia collegato in questa pianura che si perde in direzione dei confini spaziotemporali, del limite umano. E' il terreno che già fu degli antichi miti e cosmogonie, delle opere sacre, della scrittura visionaria, della parola orfica che si dissolve in musica e colore, dell'oceano che si apre al di là delle colonne d'Ercole della mente. Certo, anche la storia ed il presente chiamano gli scrittori all'opera: ma i ghibellini ed i guelfi d'ogni colore tramontano mentre i segni tracciati da Dante sono in/terminabili. D'altronde, nella civiltà delle comunicazioni audiovisive, dello spettacolo e del giornalismo, la letteratura, in tale ambito, è goccia nel mare: ciò che invece le è proprio ed irripetibile è il rinnovare il tentativo di sottrarre Euridice all'Ade del tempo, il sogno di circumnavigare l'anima, l'inquietudine che sempre sospinge al viaggio. Viaggio che può condurre a perdersi, ad incontrare il proprio sé od il proprio doppio, a naufragare o ad ascendere ad antichi o nuovi dèi, ad antica o nuova fede ('bheid': l'affidarsi ad un Tu benigno). Come uomini, i poeti debbono cercare di ancorarsi allo spaziotempo: come poeti, gli uomini se ne distaccano per esplorare l'ignoto, divengono "cosmonauti della psiche" (Alex Trocchi). Gli esploratori, si sa, non sono molti. Il mestiere, se esercitato al di fuori delle piste già contrassegnate, è pericoloso. Eppure vi è sempre chi viene sospinto, per quanta resistenza faccia, lungo tali percorsi: benché non promettano lucro, né ricompense.
Anche di questo aspetto della condizione umana vi è di che scrivere. Gli antichi costruirono splendidi poemi aventi per protagonisti non gli uomini ma ciò che oggi suona grottesco nominare, per i guasti che l'abuso ed il cattivo uso hanno recato alla parola: il Fato. Oggi, forse al termine di un ciclo millenario delle vicende umane, chi scrive è chiamato a scavare dalla nicchia dello spaziotempo un nuovo protagonista.

sabato 3 novembre 2012

Pablo Neruda - Il figlio

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sabato 27 ottobre 2012

Dewdrop 1736 Terenzio Formenti (a cura di)

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Da IN SOSPESO DIVENIRE (4)

FELICE SERINO

Da IN SOSPESO DIVENIRE

-Poesie dell’impermanenza-


AMORE E’

Amore è una parola a rischio *

un irradiarsi di cieli…

esaltazione
al calor bianco

o
un lungo gemere come di vento
che squassa
-sottile
“privilegiato“ dolore

dimora di sole e d’ombra
-dove disarmato
è il cuore

* Nelo Risi


RADICI

potrebbe accadere che a volte
ti domandi
se ti trovi in un sogno o
un déjà vu

un sentirti perso – fuori
dal tuo centro – quasi senza
un io reale

… e in quel frangente
aggrapparti con l’anima
a radici del cielo

-come ad una madre



NON E’ CHE UN PERPETUO TRAMARE

la vita ha in tasca la morte
-siamo noi
divino seme:

non è che un perpetuo
tramare
“cospirazioni” del nascere

miracolo d’amore


“COLUI CHE INTINGE…”

1.
“colui che intinge con me nel piatto”

… non si estingue questo fuoco
che passa per la carne del cielo
-il mio abbracciare dalla croce il mondo
-il tuo trafiggere nei secoli
questo Cuore senza più sangue

2.
di giuda è piena la storia – tu
guardati intanto da chi
credi un amico:
è quello che con te condivide
il pane la luce l’obliquo raggio
degli occhi



ALTRE (Poesie d’occasione)


COME IN SOGNO

[a chi è affetto da attacco di panico]

come nel sogno quando
a quattro zampe ti trovi
-impotente-
a graffiare la terra in salita


(… poi la libertà del risveglio
mentre ad allentare
la morsa è quella
impressione di morire)



ALLA MENSA DEI POVERI

[ispirata da una intervista in tv
il 21.10.12]

-nella vita chi non si dà muore
mangia se stesso- la saggia
ultraottantenne (cuore fanciullo)
sentenzia servendo
ai tavoli con fievole voce quasi
d’un fiato

luogo ospitale dove tutti
-alla buona- ci si dà una mano: sono
per un piatto caldo ma non
vogliono pietà –


(incorniciati nella finestra dai vetri
appannati sagome d’alberi
senza chioma nell’autunno
inoltrato – al caldo
la nuvola di vapore dalla cucina offre
un che di magico di familiare)



© Felice Serino






E' APPENA USCITO IL MIO ULTIMO LIBRO DI POESIE (Nicola Calabria Editore)

Antonia Pozzi - dai "Diari"


DAI “DIARI” DI ANTONIA POZZI

E come sei rinata? Non sono ancora rinata.
Sola. In questa mia bella casa, coi mobili ricchi, e dalla radio la voce del paese che amo (forse ancora attraverso il tuo sangue, amore indimenticabile) e ho davanti la piccola lampada della fedeltà che non basta a calmare l’irrequietudine, a riempire la vita. E in questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi riguadagnerò più. Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono. Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno e se qualcuno venisse, ormai è forse troppo tardi e il sangue è ancora malato di te, di voi.
Sorsi di vino giallo, acre, e tutti sono ancora lontani, perduti in questa notte piena di echi come una caverna. Domani, via, per l’ennesima volta partire - nach Berlin, zu fahren - e laggiù, forse per capriccio, lavorare. Geld verdienen - ma poi?... [...]

(S. Silvestro 1936 - 1 gennaio 1937)


* * *

[...] Ieri sera un angelo mi ha preso per mano. Non era ancora buio. Di là dai veli della pioggia e della sera gli alberi e le montagne erano ugualmente oscuri. L’angelo mi ha messo una mano sulle spalle, mi ha fatto salire di corsa le scale nere, fin qui nella mia stanza. Non avevo più fiato. Allora l’angelo mi ha messo una mano sul collo, sono caduta in ginocchio davanti alla finestra aperta, senza respirare ho guardato il profilo immobile della montagna. Poi giù: tre volte ho baciato la terra (il pavimento di mattonelle rosse) premendo bene le labbra - e i pugni li avevo così stretti al petto che mi dolevano le ossa. Dopo -mi sono alzata come da un sonno di anni, leggera come una donna che ha partorito. Ho aperto gli occhi. L’angelo non c’era più. [...]
Forse tutti quelli che hanno molto sofferto e sono un po’ deboli e malati, a un certo punto cominciano a sentire gli angeli. Se no, perché avrei baciato la terra l’altra sera? [...]
Non so: non ho mai provato forte come in questi giorni il senso di essere trasportata da una corrente violenta, ad una tensione altissima. E, nello stesso tempo, mai avuto così solido il senso della personalità e della responsabilità. Mi sento in un destino. È difficile che queste intuizioni siano sbagliate. [...]

(9 - 10 settembre 1937)



Evanescenza

Evanescenza

Vortice di foglie

Vortice di foglie

Il raggio verde | Poesie in Versi | il piacere di Scrivere e Pubblicare Online

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martedì 16 ottobre 2012

Dewdrop 1734 Terenzio Formenti (a cura di)

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sabato 29 settembre 2012

Vinicio Capossela legge Beatrice Niccolai (Sull'ultima riga di un foglio...

Dewdrop 1732 Terenzio Formenti (a cura di)

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Da IN SOSPESO DIVENIRE (3)

FELICE SERINO

DA IN SOSPESO DIVENIRE (3)
2012

-Poesie dell'impermanenza-


ESTASI

avvitato nel rosso
tuo palpito


m’incielo

*

L’ENERGIA S’ADDENSA

l’energia s’addensa in un tempo
rallentato

-noi qui nel divenire

-palpiti d’anima e cielo

(un
trascendersi)

*

ALTRE (Poesie d’occasione)



IL RIMEDIO

non lo trovi in nessuna
enciclopedia: malessere e
rabbia si contrastano
con meditazione e preghiera rubando
spazio alla bile – ripudiando la
pratica di chi
si disistima
con alcool e pasticche a effetto
placebo (col pensiero
-inconscio- di sparire)

*

AD ANTONIA POZZI

Poesia – azzurra
eco del cuore –
sei musica che piove
pulviscolo dorato nelle stanze
della Bellezza

-eterna armonia

*

MILLE E PIU’ PAGINE *
(ah la poesia!)

sulla spalla mi pesa la merin
i tornando dal mare un cambio
spalla versi da ruminare
in un vago giro di pensiero
nell’aperto cielo
istriano
in questa canicola agostana

[Porec (Parenzo), ferragosto 2012]

* Alda Merini, Il suono dell’ ombra, Mondatori 2010


*

AD UNGARETTI

nel carnato della terra
d'alessandria –zolla
palpitante nel sole

nascita di un dio minore
a battesimo d’inchiostro



© by Felice Serino


Poesie di Loreto Orati


LORETO ORATI [da Facebook]

I PASSI DEL PADRE

I giorni si fanno martirio, impotenza,
i passi del padre si trascinano con il mio futuro
verso l'abbandono, dentro la memoria,
di così poco amore ho nutrito gli anni già dimenticati,
di ancor meno parole,
ed ora, tutta questa fatica, questo lento avanzare
verso la sponda più lontana della notte,
questo mio pentimento,
un figlio non ancora padre, lontano dal padre,
mentre il tempo si fa sipario, ed il teatro si svuota,
mentre l'emozione del danzatore già diventa ricordo
sul palcoscenico del crepuscolo...

*

IL NOME DI OGNI LUCE CHE CONOSCO

Stanotte voglio strappare il tuo corpo al rifugio dell'oscurità,
al dono della sonnolenza,
accendere un fuoco nel bivacco del desiderio
perché possa illuminare i tuoi fianchi,
pregare ogni frammento di Sole sopravvissuto
perché trovi salvezza dentro i tuoi occhi e diventi la mia prossima alba,
stanotte voglio pronunciare il tuo nome, con la chiarezza degli insonni,
perché le ombre sappiano, finalmente, qual'è il nome di ogni luce che conosco...

*

LE TUE LABBRA SONO UN ROSSO VELIERO

Le tue labbra sono un rosso veliero
ed io ti attendo, come acqua da navigare,
mio è il senso di ogni mare,
mia la rotta che ti conduce,
mio il profumo dei giardini che hai lasciato,
nascosto nel vento che mi solleva in onda,
e nella prua che si confonde al mio oceano
io tremo, e ti accolgo, e cancello tutte le tempeste,
restano rovere e sale a confondersi, come in un bacio,
sotto stelle imminenti a cui dare il nostro nome...

*

DALL'ULTIMO ALBERO SOPRAVVISSUTO

Abbiamo costruito gabbie
per i cani e per la tolleranza,
con acciaio forgiato tra fiamme di ghiaccio,
e terre inventate,
e donne martoriate,
e demoni a cui dare devozione
nelle cattedrali che battono moneta,
abbiamo devastato ogni giardino
con il passo impietoso dei barbari senza sogni,
e dedicato altari alla follia dei suicidi,
e silenzio al canto della guarigione,
abbiamo chiamato, invano, ogni possibile dio
da questa terra che invoca solitudine,
ed ora dovremmo cadere in ginocchio, sulle pietre della vergogna,
mentre dall'ultimo albero sopravvissuto, una timorosa primavera prova a perdonarci...

*


S'ALZANO TORRI DI FUMO
S'alzano torri di fumo dal carnaio,
dalla voragine spalancata sull'abisso dei perdenti,
brandelli indistinti di uomini dal nome sicuro
sono i fiori più belli della memoria,
quel giardino non conosce autunno...

*


E' COSA VOSTRA

E' cosa vostra il dogma dell'ombra, la lezione dell'agguato,
è cosa vostra la cravatta e l'incaprettato,
la matricola abrasa e la chiara menzogna dei comizi,
è cosa vostra il fetore della bomba e della carne aperta,
è cosa vostra l'esercito dei senza nome, la trincea nascosta,
è cosa nostra il tentativo del coraggio,
il volo maestoso del falcone sui campi aperti della memoria...

*


HO SCRITTO DEI TUOI OCCHI SULLA CARTA VETRATA

Ho scritto dei tuoi occhi sulla carta vetrata
con le mani sanguinanti dopo l'ennesima carezza sbagliata,
ho scritto dei tuoi occhi e della tua seta
così opposta al ruvido gesticolare dei miei giorni,
così diversa dagli stracci rimasti dopo ogni abbandono,
ho scritto dei tuoi occhi sulla carta vetrata
immaginando fosse la più delicata delle pergamene,
una promessa antica,
un ritorno,
l'anima di quell'albero dall'ombra generosa
che ha conosciuto bene tutte le mie attese...

Io ero là

Io ero là

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Alberi che camminano | Poesie in Versi | il piacere di Scrivere e Pubblicare Online

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sabato 15 settembre 2012

Scrivo il Vento

Dewdrop 1730 Terenzio Formenti (a cura di)

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Da -IN SOSPESO DIVENIRE- (2)


FELICE SERINO

Da IN SOSPESO DIVENIRE (2)
(2012)

Poesie dell’impermanenza


NEGAZIONE DELLA MORTE

inargenta sul mare la fine del giorno

sapere che Qualcuno
da sempre mi conosce


notte d’ossidiana ora m’avvolge

io
non posso morire


morire alla vita…

*

VORTICE DI FOGLIE

distrazione
del Supremo – dici – la nostra parte
mancante? ovvero caduta
d’angelo nel mare-mondo?

non siamo
che un vortice di foglie...

ma se il precipitare
in se stessi è in vista di risalita
(alla notte
segue il giorno)

allora non esiste di certo
–sai- chi potrà recidere
questo cordone ombelicale col cielo

*


VITA CHE TI SVELI

assisa sul bordo della luce
vita che abbracci
infiniti orizzonti
vita riflessa
che non sai dire se vivi
o sogni
vita genuflessa
a adorare il sole-maja
di luce
che apri la fronte del giorno
vita-vuoto affamato

sii te stessa
“vita fedele alla vita”


… rigenerata dalla Croce
Vita che ti compi
che ti sveli

<<<

-Altre- (Poesie d'occasione)


SOGNO UN MARE D’ERBA
(a Walt Whitman)

amo le tue odi dolce vecchio
Whitman -
un lampo ed ora ti vedo
tra nubi giocare coi capelli
di Dio Padre (tu ritornato
bambino) - ed ecco
ti si ricongiunge l'ex
"allievo" - il profeta *
barba-di-luce - fluttuante
nel mare d'erba del cielo

* Allen Ginsberg, che s'ispirò a Whitman,
morto il 5.4.97

[poesia del 2000, ripresa nel 2012]

*

PAROLE

mi chiamano dal fondo
parole
dove il sangue ondeggia

mi guardano
ancora senza carne

parole nate
con quel vuoto
d’un arto amputato

(orfanezza di non essere
intere mai)

ricercate per una
metafora felice

*

IO ERO LA’

(nella ricorrenza dell’11 settembre)

quasi un assentarmi da me (stato
catatonico davanti allo schermo)
(auto-
difesa inconscia per non viverlo
quel momento?)

-ma io “ero” là
tra vite spaginate nell’aria:

io presente-assente
stagliato contro un cielo stravolto


… e in me

cadevo


© by Felice Serino


Racconto di Genghini


NEL CARCERE DI SABBIA
Racconto di Giordano Genghini tratto dal romanzo Adesso forse (visibile sul sito web.ilmiolibro.it)

All’interno della buia dimora che sprofonda nella prigione scavata nella sabbia, di fronte alla lontana distesa di onde grigie che sembrano mare, vivo da solo: da quanto tempo non ricordo, forse da migliaia di anni. Non mi muovo e non ho bisogno né di cibo né di acqua. A volte mi affiorano nella mente frammenti di un lontanissimo passato e immagino - o forse sogno - di avere abitato con altri in una splendida dimora dove regnava la luce. Ma ora il solo pensiero del chiarore mi dà ansia. Se qualcuno, un tempo, era accanto a me, l’ho perduto, forse per un’antica colpa. Quale essa sia non so: l’ho dimenticata. Le mie visioni svaniscono dopo pochi attimi e io rimango, quasi assopito, a guardare la danza nel paesaggio dei granelli di sabbia che turbinano al soffio del vento. Per far trascorrere il tempo cerco di contarli uno dopo l’altro, iniziando da quelli vicini e spingendo lentamente lo sguardo più avanti, ma la mia è un’impresa impossibile: dopo qualche minuto la vista si confonde e perdo il conto. Ricomincio daccapo ma, dopo aver ripetuto il tentativo decine di volte, vengo colto dal sonno.
Mi risveglio a notte inoltrata, quando - se non pascolano le nubi o cade la pioggia - nel cielo blu scuro c’è la luna. Di notte mi sento meno solo. Folate di vento spazzano la striscia deserta di sabbia e sopra il paesaggio vedo le stelle, numerose quanto i granelli del deserto: la prigione che mi circonda. Le piccole luci degli astri hanno per me qualcosa di famigliare e mi suscitano nostalgia del cielo nero che sovrasta il luogo in cui vivo. Tento spesso invano di contare le stelle a una a una, come i granelli di sabbia, iniziando da quelle più vicine alle vette degli alti monti disposti a semicerchio intorno al carcere in cui sono rinchiuso. Ogni più tenue luccichio mi provoca un brivido.
I riflessi dei gelidi astri mi incantano e resto immobile - nella buca oscura in cui vivo - a spiare i loro piccoli lumi nell’oceano di buio. A volte resto acquattato nella mia tana scavata nella sabbia, ridendo del rumore del vento, come un folle.
Penso di essere sia un prigioniero sia un custode, anche se non so di che cosa. Forse mi è stato affidato in custodia questo deserto paesaggio di sabbia, in fondo al quale il sole non si vede mai, nascosto nella infinita distesa di forme grigie che giunge fino all’orizzonte. Quando la noia e la solitudine mi opprimono, mi incanto a guardare i velati raggi che invia, sempre invisibile e nascosto dietro i monti: spero che essi facciano brillare le pietruzze mescolate alla sabbia. Talvolta fingo che qualcuno si stia avvicinando. Lo invito allora a prendere posto nella tana e a guardare con me quelle che credo onde increspate, tremolanti in lontananza.
Forse la follia sta prendendo possesso della mia mente perché, da qualche tempo, sempre più spesso mi sorprendo a parlare con gli stormi di bianche sagome confuse che intravedo in alto nel cielo, molto più in alto dei gabbiani che talora sorvolano nei neri tramonti il deserto. Mi sembra di averne imparato il linguaggio, di comprenderli e di essere da loro compreso.
Nello scorso inverno, quando la neve copriva il mio carcere di sabbia, mi sono scoperto intento a imitarne le grida e a rispondere ai loro richiami, e - nel delirio - ho creduto di sentirli dire che si stava avvicinando il giorno in cui avrà fine la mia solitudine.
Il tepore mi annuncia ora il ritorno della primavera. Vedo gli sconosciuti alati bianchi solcare il cielo e mi pare di sentirli gridare fra loro che il momento in cui potrò andarmene è giunto, perché ho scontato la pena per la colpa che ignoro. Sogno che fra breve vedrò qualcuno avvicinarsi: vincerò la mia paura, lascerò per la prima volta la mia buia dimora e gli andrò incontro. Vorrei comprenderne la lingua, come a me pare di capire il linguaggio delle bianche creature che sempre più numerose popolano quel cielo lontano per cui provo nostalgia, come per una casa un tempo mia e ora perduta.
Poco fa, fra strisce di chiaroscuri, in un tramonto simile a un’alba o in un’alba che ricorda un tramonto e in cui il sole, come sempre, non si scorgeva, ho visto davanti a me qualcosa di insolito: una candida penna, staccatasi da un’ala, posata sulla sabbia e lievemente mossa dal vento. L’ho osservata a lungo: non proviene da un’ala di un gabbiano, né di alcun altro uccello che io conosca, eppure mi sembra di averla già vista.
Le mie mani o, forse, zampe, sono scure, pelose e con lunghi artigli, da cui si dipartono appiccicose membrane: ho sempre avuto disgusto di ciò che potevo vedere di me.
Per la prima volta dopo millenni, rivolgo ora il mio sguardo al mio corpo, immerso nell’oscurità della buia tana scavata nell’arena. Per la prima volta, uscendo dal mio carcere di sabbia e, volgendo da un lato e dall’altro il mio capo, mi pare di essere cambiato - come un insetto dopo la metamorfosi - e scopro con stupore di possedere un grande paio di ali bianche. Le distendo in tutta la loro ampiezza, scuotendo la sabbia che le ricopre. La penna caduta è identica a quelle delle mie ali che ora vedo sopra di me, disegnare una vasta ombra sulla sabbia grigia. La meraviglia del sapermi diverso da come mi immaginavo diventa però terrore quando, oltre il silenzio delle onde del deserto e le grida delle sagome bianche in volo, sento - ma forse è delirio - un suono mai percepito finora. Un flebile lamento o un pianto, misto a parole sconosciute, proviene dall’altro versante, a me invisibile, dei monti. Mentre sto per ripiegare le ali e rintanarmi tremando nelle profondità oscure del mio carcere, sento nella mente una voce, il cui tono intreccia la decisione del comando a una paterna dolcezza a me ignota. La voce mi invita, in una lingua che non ricordo di avere mai sentito ma che pure comprendo, a alzarmi in volo, a abbandonare la prigione nel paesaggio di sabbia, a raggiungere oltre i monti la casa da cui proviene il lamento che ho udito: il pianto - la voce ora sussurra - di un essere umano appena nato, al quale dovrò stare accanto, anche se forse mai crederà nella mia esistenza. Il mio corpo si libera dalla sabbia e, leggero, si alza in volo, sostenuto dalle grandi ali. La voce risuona ancora nella mia mente, confondendosi con lo scroscio dell’acqua che ora vedo cadere fra le rocce, illuminata dai raggi del sole: “Nel carcere di sabbia hai purificato ogni colpa” dice.
Le ali bianche mi innalzano oltre i gabbiani e le cime dei monti, alte sul carcere di sabbia, fra i miei simili che volano con me fra le nubi chiare, candidi nel cielo azzurro. “Vai dagli uomini, Hariel” dicono. “Sarai il custode di uno di loro: sei il suo angelo”.

Fòsfeni

Fòsfeni

flymoon - Qualcuno mi conosce

flymoon

sabato 8 settembre 2012

sabato 1 settembre 2012

Nascita

Nascita

ACCOMPAGNANDOTI LE IMPRONTE

Dewdrop 1708 Terenzio Formenti (a cura di)

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Da "In sospeso divenire"

FELICE SERINO

IN SOSPESO DIVENIRE

-Poesie dell’ impermanenza-
(d’un presentito chiaro d’armonie)


al di fuori di me -
io stesso luogo-non-luogo –
mi espando
f. s.


*

DISTACCO

farsi fragile foglia
appoggiata ad una spalliera di vento

*

EVANESCENZA

in trasognato sfarti figura

-quasi rito-

t’invetri
incielata diafana

*

COS’ E’ IL MARE

non puoi spiegarlo
alla bimba dagli occhi di luna
se non l’ha mai visto prima

se non è rimasta rapita
dal ricrearsi sull’acqua
di riflessi dorati
-ed è poesia…
lei può solo sognarlo – il mare –
come una carezza di vento
salato e spazi
aperti e voli…

vederlo nel proprio cielo
alla stregua in cui s’immagina
un altrove
chiamato paradiso

*

NASCITA

come appena
emerso

da naufragio di sangue
a luce
ferita

rosa
del tuo fiato - madre -

*

CONVERSIONE

(sfogliando la fine anni ’60)

una luce pensante
di sorpresa
visita il cuore
che si è negato all’altro
da Sé
al suo versante celeste
-per giorni spavaldi
da cucire sulla pelle

(ora è un coniugarsi all’opposto
il restarvi connesso
è l’attesa
-in traslucere d’anima arresa-
che Colui che t’invita ti dica
“amico vieni più avanti”
-cfr Lc 14,10)


<<<

-Altre- (Poesie d'occasione)


L’ EGO

1.
ovattata vita
di chi l'altro non "sente"
-muro eretto
con impasto dell'ego

2.
inutile imbiancarle
le pareti pregne di dolore
-sale silenzioso l'urlo
fino al cielo


© by Felice Serino



Da "Io e Dio"


Mi alzo con la mente in un punto al di sopra del pianeta e lo guardo dall'alto, come se fosse la prima volta, come quando vedo un film e mi chiedo qual è il suo messaggio. Qual è il messaggio della vita degli uomini sulla terra? Con la mente là in alto, libera dai consueti schemi mentali, nuda di fronte al mistero dell’essere, in questo momento, immagine di ogni altro momento della storia, guardo gli uomini miei simili alle prese con il mistero dell’esistenza.
Vedo esseri umani che nascono ed esseri umani che muoiono, sottoposti come ogni altra forma di vita al ciclo del divenire; vedo due ragazzi che si baciano e si sentono immortali, e un vecchio solo che nessuno più vuole e nessuno più sa; vedo una donna che mi ha scritto dicendomi che soffre da ormai troppi anni per una paralisi sempre più devastante e che ora vuole solo morire al più presto, e vedo altri esseri umani nutriti artificialmente e che respirano artificialmente ma che per questo non hanno perso la voglia di vivere e di continuare a esserci. Vedo uomini che si affrettano come formiche sui marciapiedi delle metropoli, e altri che se ne stanno da soli in luoghi deserti. Vedo commerci sessuali di ogni tipo, per amore, per denaro, per cattiveria, per noia o per il solo naturalissimo desiderio del piacere. Vedo bambini che si ingozzano di cibo artificiale e altri che muoiono di fame. Vedo una tavola apparecchiata con grazia, la tovaglia fresca di bucato, le posate al loro posto, i bicchieri dell’acqua e del vino, i tovaglioli candidi, e una donna che gioisce di poter servire il pranzo ai suoi cari. Vedo una ragazza che suona Bach al violoncello e giovani che si riversano nelle orecchie suoni che non è possibile definire musica, perché non hanno nulla a che fare con le Muse. Vedo lotte per il potere, dittatori assassini, terroristi altrettanto assassini, e vedo chi si batte e muore per la giustizia, martire della libertà. Vedo campi di concentramento e campi di sterminio, lager, gulag, laogai, dove esseri umani sono privati di ogni dignità e sterminati con la stessa meticolosa attenzione e sovrana noncuranza con cui si eliminano i pidocchi dai capelli, e vedo ospedali e case di cura dove esseri umani sono colmati di ogni dignità e lavati, nutriti, accarezzati con la stessa meticolosa attenzione e l’affetto più delicato che si riservano ai figli. Vedo riti millenari e liturgie arcane, accanto a bestemmie rabbiose e ad altre dette così, come si dice «va là». Vedo indegni approfittatori del nome di Dio, altri che ne sono un luminoso riflesso, alcuni che rimangono del tutto indifferenti. Vedo il bene e il male che gli uomini e le donne sono capaci di generare e che spesso è quasi impossibile distinguere; vedo lo scorrere del tempo che corrode ogni cosa, e il prodigio di opere umane capaci persino di vincere il tempo. Vedo una storia senza senso che si nutre del sangue di esseri umani e di animali, e vedo un progresso indubitabile in termini di benessere e di giustizia. Vedo la bellezza e la deformità, vedo una natura che è madre e a volte è matrigna, un cielo stellato che attrae e insieme impaurisce, con il suo freddo infinito.
Vedo tutto questo, e molte altre grazie e molte altre deformità, e mi chiedo se c’è un senso unitario di questo teatro, e qual è. Questa vita, dentro cui siamo capitati nascendo senza sapere perché, ha mille ragioni per essere una grazia, e mille altre per essere una disgrazia: ma cosa è vero? Che è una grazia, o una disgrazia?
E poi vedo i miei morti. Ognuno ha i suoi morti. Nonni, genitori, amici, fratelli. Vi sono esseri umani a cui è dato di vivere la morte di un figlio, e non esiste dolore più grande. E al cospetto dei morti, di fronte ai quali non si può mentire, pongo la questione della verità: è un bene o un male che essi ci siano stati, che siano vissuti, che siano apparsi in questo mondo? Se alla fine comunque si deve morire, è meglio nascere o non nascere, essere stati o non essere mai stati, essere o non essere? E poi mi chiedo che fine hanno fatto, loro, proprio loro, ognuno diverso dall’altro, irripetibile, con la sua voce, il suo sorriso, la luce singolare degli occhi. Li potrei descrivere tutti, uno a uno, i miei morti, come ognuno potrebbe descrivere i suoi, perché sono dentro di noi e niente mai ci separerà da loro. Ma che cos’è vero, alla fine, per me e per loro, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove?
Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio.

Vito Mancuso
Da Io e Dio. Una guida dei perplessi

domenica 26 agosto 2012

sabato 4 agosto 2012

Gravide di lampi di Felice Serino (Riflessioni)

Gravide di lampi di Felice Serino (Riflessioni)

In una goccia di luce

In una goccia di luce

dewdrop 1706 Terenzio Formenti (a cura di)

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Da -CASA DI MARE APERTO- (3)

Felice Serino
da Casa di mare aperto (3)


CONGETTURE

1.
si vive
per approssimazione

si sta come
d'autunno...
(vero
ungà?)

2.
o
dall'origine
scollàti dal cielo
a vestire la morte?
(... fino
al fiume di luce che
ci prenderà e saremo
un'altra cosa...)


-non questo intendevi (forse)

congetture
divagazioni


… ma lasciami sognare
un sogno che non pesa



ALEPH

1.
nell’oltre non c’è ombra
-lo sai- ombra che ti possa
nascondere allo sguardo

è una chiarità che t’attraversa
non come qui che guardi
per speculum in aenigmate

2.
lì non si consultano dizionari
né atlanti: sei tu la biblioteca
il motore di ricerca

-alfabeto voce conoscenza- :
nel Tutto tu sei e tutto
è te – (l’aleph del poeta cieco)*

3.
è dove ti si svela ogni
contrario - la vita non è prima
della morte


* Jorge Luis Borges



AVEVO PERSO LE CHIAVI DI CASA

(conversione del non più ragazzo e non ancora uomo)

le formazioni delle nuvole che
promettono pioggia

… dai recessi una voce
catartica
a sovrastarmi a farmi
piccolo

la faccia contro il cielo
mi ritrovo
assetato



LADRO DI PAROLE

[l'ispirazione della poesia]

la farfalla immagine-pensiero
sotto la volta del bicchiere
-della cattura l'ebbrezza ma d'un solo
attimo e poi il volo...-
la destrezza nel carpirne la luce
frangente nei colori -
l'inavvertito suono



NOI ANGELI

sospesi nel tempo
a frange del cielo

noi angeli
caduti

mendìchi d'amore



DEI ME STESSI

l'esistere
l'evanescente:
un volgere altrove

la vita
vista come
sogno di me

dei me stessi



MI SPECCHIO NELLA MIA TRASFORMAZIONE

quando il mondo continuerà
dopo di me

a chi vi dirà lui non c'è più
fategli uno sberleffo



ANAMORFOSI

[ispirata da un sogno
la notte del 20.11.11]

come amante
mordicchiare
lo spazio-carne

... e i denti frantumati

... e non riconoscersi allo specchio
(bambino e vecchio)



L'ALBA CHE SA DI NUOVO

Per fortuna ciò che sta per nascere è il giorno
.
(Fernando Pessoa "Il libro dell'inquietudine")

la si vive nel sangue la nottata

ha uno spazio aperto
l'alba che sa di nuovo
al rango della luce



D' UN PRESENTITO CHIARO D' ARMONIE

d' un presentito chiaro d' armonie

d' un trasognato dove


vivi e scrivi

-tuo credo-


tua casa di mare aperto




© Felice Serino


Poesie di Ezio Falcomer

EZIO FALCOMER


Sbrachi di vento

Per le regioni dell'essere
scarrugina la nuvolaglia
di ansimi e di occasioni perdute.
Spore di speranza,
sbrachi di vento su rughe,
silenzi...

E' questa brodaglia di attimi,
di sincopate abrasioni
e di strenue lotte barbariche
sul bordo del nulla che...

Autentico ti rende la fine intravista,
spaccone e pirata
nei gangli del giorno

a sputare orgoglio di vita.

*

La luce migra folaga

La luce migra folaga
alle beate terre del tuo brivido
carezzo perla
pulsante
e bacio sussulti
di lamento azzurro e ocra
miro deità e zagare accecanti
se stringo i tuoi fianchi ardenti
indecente innocenza
ribelle gatta come vilucchio
feroce laccio
a planare su marosi gonfi
saturi di rovesci
e potenti scalmi e tempesta
densa onda e potente
siamo
da morirne oppiati
a bonaccia
sradicati da gravure
vocati alla pace gravida
degli odori che lasciano i piovaschi
quando troppa era calura.

*

Luce abisso

Luce mia
voci dal di dentro

è arcana l’anima
filamentosa
dita di mille miti

bolidi e stanchezze
quotidiano mistero
evanescenza collosa

sento subisco
anelo

la notte
licantropa a volte
paludosa di poi

questa fauce
questo buco orifizio inferno
da saturare
di cibo fumo liquidi

di molecole e simboli

questo plumbeo abisso
a cui sfuggire
ancora e ancora

guerriero.


sabato 21 luglio 2012

Migranti

Insostanziale la Luce

Insostanziale la Luce

dewdrop 1704 Terenzio Formenti (a cura di)

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da Casa di mare aperto (2)

Felice Serino da CASA DI MARE APERTO (2)


FOSFENI

a Maurice Maeterlinck, drammaturgo

è finestra sul cielo
il cuore invaghito a carpire
fòsfeni lampi

tu custode
dei sogni – dal cuore puro -
ti libravi come
i tuoi uccellini azzurri
che "si nutrono di raggi di luna"

e
si espandono
nell'Inconoscibile
tra svolìo di ali...



"DAI TETTI"

chi a invadere il campo
"uomo"
se non Colui che a te
in libertà si concede
(nessuno "incapace"
del suo amore immenso)

vedi: la vita non tarda a guardare
che in un senso: "dai tetti
in su"



VENNE A TROVARMI LA POESIA

venne a trovarmi la poesia
come un vento lieve
a frugarmi le pieghe dell'anima
io mi sentivo un folletto vagante
nei recessi del sogno
sul filo sottile delle emozioni
ondeggiavo
su quell'alito di brezza che
guidandomi verso stanze inconsce
mondi paralleli mi apriva

d'una cosa soltanto
ero consapevole:
che dalla febbre del mio daimon
ero divorato



SI DICE DI AGOSTINO

[Al Dottore della Chiesa
il quale dava da "masticare" il Verbo]

si dice di Agostino - era forse
un sogno? -
gli fosse apparso un angelo-bambino
che voleva raccogliere
con una conchiglia
tutto il mare in una buca

la morale tra le righe: nulla è
impossibile a Dio

(prima che passasse
nell'aria e fosse
aureolato
da giovane Agostino era
un dissoluto)



FRAGILE PALPITO

in una selva di gridi
come lepre braccata
dal tuo incondizionato amore:

Tu che governi i cieli
"bisogno" hai di me?

perché pungoli questo
fragile palpito

fino al sonno della morte?



OLTRE IL VELO

nulla si disperde

la banca del cielo
a custodire i fondi -
bagaglio di vita
dolore-amore


nulla va
perduto - chiusa
l'ultima tua pagina
di vita

bagnato di Dio
sarai
al suo appello

presente



L'OFFICINA

[ispirata dalla definizione di sé
di Quasimodo: "operaio di sogni"]

più la insegui e più
ti sfugge - l'ispirazione - farfalla
multicolore o bolla di
sapone che ti scoppia nelle mani

puoi lasciare ti visiti
quando non te l'aspetti
si levi questo sole interiore
in sogno o ancora nel dolce
dormiveglia prima che sia giorno
come un bianco palpito


... ti alzi la mattina ed è quasi
un miracolo
il silenzio dell'officina



DI UN DOVE

di un dove
d'un altrove

striscia
di luce verde la mente

l'interrogarsi serpeggia
si morde la coda



MARE DENTRO

riverberi maja di luce

rosso schermo dietro
gli occhi (te supino) in
barbagli a lenti
tratti

le vene del mare coniughi
con geometrie
di gabbiani sul filo arcuato
d'orizzonte

questa vastità
di cielo e mare
dentro - le
anime del mare -


... come perdersi


[Pola, 6 agosto 2011]



COME UN IRRADIARSI DI CIELI

Amore è una parola a rischio
Nelo Risi


Amore è

come un irradiarsi di cieli
anteriori

esaltazione al calor bianco

o
pane impastato con lacrime

un lungo lungo gemito più
che sospiro di vento e foglie

casa del sole e delle ombre

dove disarmato
è il cuore



© Felice Serino

Giordano Genghini - da -Ritorni-

GIORDANO GENGHINI

IL GIGANTE SEDUTO
(da “Ritorni”, 1985, ora nel sito web ilmiolibro.it)

Il gigante seduto: nella sera
stormi di luci fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l’ombra, nascosti,
e sguardi e suoni e falsi cerchi d’oro
tra siepi di velluto. Like a bird
on the wire… Tace, ascolta, è fermo, è solo
il gigante, di spalle: oltre le bigie
nubi, intricate tracce di rumore
in frante risonanze.
E dischiude una mano il lento volo
oltre le tende e il tempo, a oggetti e spazi
confusi da pareti. E in lontananza
controluce, il gigante
visto di spalle, è solo, è vecchio. Obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta, o forse nera
nebbia distante.

Evanescenza | Poesia | Poesia, racconti, fotografia,arte, letteratura, concorsi, grafica - Rosso Venexiano - sito e blog

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sabato 7 luglio 2012

Mario Calzolaro legge Prévert

Nascosto starò nella rosa

Nascosto starò nella rosa

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Da -CASA DI MARE APERTO-

CASA DI MARE APERTO

2011




Tutto è per essere altro da sé
Plinio Acquabona
(“L’architettura diurna della luce”)


Casa mia di mare aperto, anima antica ritrovata
Piernico Fè


Ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta la storia delle onde.
Kahlil Gibran




IN QUESTO RIFLESSO DELL’ETERNO

(lettera)

credimi vorrei dirti che quanto
avviene anche là avviene
oltre le galassie oltre
lo specchio dei tuoi occhi amore
anzi certamente è presente
da sempre in mente dèi
imbrigliati noi siamo in un tempo
rallentato
noi spugne del tempo
assediati da passioni sanguigne
credi mia cara che quanto
avviene semplicemente
lo rappresentiamo
sulla scacchiera del mondo
noi essenze incarnate
in questo riflesso dell’eterno
dove l’anima si specchia

mentre ci appare -infinito-
mistero la vita - miracolo
tutta questa luce amore
che ci attraversa


DELL’OLTRE IL DOLCE SENTIRE

dell’Oltre il dolce sentire
apre sogni e lune

mi è specchio il cielo



L’ALTROVE

questa casa di vetro
eretta sulle nuvole
concepita forse in sogno
sai cara
si sta di un bene qui
l’erba folta alle caviglie
uscendo nel sole
vieni



ULISSIDE

noetica luce
a trapassare aneliti

su aperti mari dei sensi



DA UNA PARABOLA

"non puoi servire due padroni"

scrivere con la luce
la vita la morte
vestire
di primavera i gigli

non così l'uomo
che preso
nel vortice delle cose
scrive su sabbia l'avere

-nel cuore la paura
del bambino



NOSTOS

Siamo... fatti di orizzonte
Andrea Zanzotto


in lampi di visioni
un altrove

vita sognata
con occhi di cielo

il sangue ad ascoltare la verde
età

fuggitiva



COME UNA MADRE

irradiata
benevolenza
da madre cosmica:

fragili creature
a suggere luce
da poppe del cielo



DEJA' VU

e ci sorprendiamo
a un viverci addosso
noi gli occhi riempiti di luna
smaniosi di un certo
non-so-che
quando tornano le stagioni
delle promesse di luce e voli
i luoghi onnipresenti
fra lampi di memoria
un cancello uno sguardo
rubato oh l'emozione
di quei momenti impressi nel
sempregiovane cuore
gonfio di vissuto
ora sorpreso da una lacrima
mentre fluttua lieve in uno stadio
di sogno che sa di eterno



L' INVITATO

ho sognato che l'ultimo giorno
era anche il primo della mia
nascita in cielo come stella
-o se atomo o fiore non so dire
ma ero più che mai vivo-
che annullato ogni affanno
mi vestivano da festa angeli belli
giacché quel giorno ero io
l'Invitato - anche senza
esserne degno -



NEL CERCHIO DI DOLORE

nel cerchio di dolore
tiri in ballo Lui - ed è sì umano
quel "Padre perché m'abbandoni"
occhi rovesciati e veste
di sangue -
tu cerchi una via d'uscita
abbracciando freud o nietzsche




© Felice Serino





Entrare in amicizia

Entrare in amicizia con chi noi siamo


Identifichiamo la spiritualità con la ricerca di una sicurezza più grande.
In questo c'è un terribile errore.
Questo atteggiamento, che segna oggi tutte le religioni, ovvero il fatto di utilizzare la spiritualità per ottenere un confort maggiore, è una forma di materialismo spirituale. Ce ne serviamo come di un divano nuovo che ci fa sentire più a nostro agio.
La meditazione che ci dà un po' di pace o la benedizione di un lama che ci rassicura non hanno niente a che vedere con il senso autentico della via iniziatica. Invece di premunirci contro la vita, di cercare delle fortezze per nasconderci, è importante riconoscere la realtà così com'è.
Nessuna tradizione religiosa può servirci da cerotto per proteggerci dalla realtà.
Al contrario, bisogna accettare la vulnerabilità del cuore umano, che è il nostro tesoro più vero.
Siamo un po' pazzi!
Sfuggiamo a quello che abbiamo di più prezioso, la nostra dolcezza e cerchiamo con sforzi incessanti di rassicurarci, di proteggerci, in realtà spegnendo la vita dentro di noi.
Ma momenti in cui siamo toccati dal mondo, dall'incontro con qualcuno, da un amico che soffre, da un acquazzone improvviso o dalla vista di un paesaggio magnifico certo non mancano. Ma poi cerchiamo di coprire questi momenti di nudità racchiudendoci in mondi di cartapesta.

Non c'è nessuna garanzia, nessuna promessa, ecco la buona notizia!

Non dobbiamo fuggire dal nostro mondo, scappare da ciò che siamo.
Dobbiamo entrare in amicizia con chi noi siamo.

Quante volte abbiamo cercato di entrare in contatto con il nostro cuore, pienamente e realmente.
Quante volte ci siamo spogliati temendo di scoprire qualcosa di atroce?
Quante volte siamo stati capaci di guardarci allo specchio senza sentirci a disagio? Quante volte abbiamo cercato di tirarci fuori non leggendo i giornali, non guardando la televisione o distraendoci?
Ecco la questione cruciale: in quale misura abbiamo intrattenuto un vero rapporto con noi stessi durante la nostra vita?


Tratto da "Al di là del materialismo spirituale" di Chögyam Trugpa Rinpoche

Negazione della morte | Poesia | Poesia, racconti, fotografia,arte, letteratura, concorsi, grafica - Rosso Venexiano - sito e blog

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sabato 23 giugno 2012

Aleph

Aleph

dewdrop 1700 (Terenzio Formenti)

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Da -Cospirazioni di Altrove- (3)

NEL GIRO DI POCHE LUNE

questo corrermi nel sangue
del transeunte l’istante
mai vissuto appieno

questo accadermi



COSA RESTERA’

siamo mistero a noi stessi
cosa resterà quando dopo
di noi sarà a sopravvivere
finanche l’albero
vetusto del giardino di fronte
e le suppellettili e i cari libri

… la tua la mia storia
scritta sull’acqua



PREGHIERA

dinanzi all’Assoluto
misericordia mi vesta
di un abito di luce

amen



VERTICALITA’ (AL NEGATIVO)

carpe diem epoca
di trapasso
il linguaggio i riti
stravolti (e la
famiglia? – e
la sacralità
della vita?) “civiltà” del ludibrio
verticalità
saccente di chi
si crede dio
l’autentico violentato dal
mediatico
narciso edipo in
annuvolati cieli
ingombranti la
psiche
l’aprirsi
in essa di
crepaccio
-la sua
bocca ad urlo



IL SOGNO

(insensatezza della storia)

il sogno di riavvolgere
il film della vita

utopia – sebbene
affrancato è il cuore

dall’essere eterno
e mortale



POESIA ERA IL PROFUMO

nel mezzo della notte un ululato
alla luna (o mi è sembrato?)
ho fatto che voltarmi
dall’altra parte
come in un sogno lucido mi vedevo
librare oltre le nubi in levità
l’altro lato mi appariva il versante
luminoso in forma di poesia
un’armonia nel tempo perduta
essa non era che il vissuto compreso
in una bolla d’aria un frammento
d’eterno
mi espandevo su quel versante lucente
linea sottile del sonno dove
poesia era il profumo
del mare
mare aperto



SEI DEL CIELO

chiedere a Dio quella protezione
che il mondo non può dare

rifugiarti a quel nido dove
Egli attende come una madre
il suo piccolo perduto

nuda allo scoperto
sei creatura nata per la terra
-ma del cielo-

dove sempiterna dimora
Compassione



INVERNI

quanti ancora ne restano
nel conto apparente degli anni
incorniciati nella finestra i rami
imperlati di gelo e la coltre
candida che copre
anche il silenzio dei morti

immacolato manto
come una immensa pagina bianca
la immagini graffiata da
due righe di addio
il sangue delle parole già
rappreso mentre
è lo spirito a spiare da un
lembo del cielo



© Felice Serino

Un racconto di Giordano Genghini

UN SUICIDIO IMPERFETTO
Racconto di Giordano Genghini tratto dal romanzo “Adesso forse” (vedi sito ilmiolibro.it)

Nella notte di primavera in cui sono morto non era ancora tramontata la luna. Un’immensa mano di vento mi ha sospinto fino allo specchio trasparente. L’ho aperto e l’ho oltrepassato. Oltre il vetro, non scorgevo più la mia immagine ma le luci immobili delle case imprigionate dal cielo notturno.
Sentivo dentro di me la sofferenza delle mura, delle finestre e delle luci, impietrite nell’immobilità come navi che non poteano salpare. Ho compreso la sorda angoscia delle cose senz’anima e senza radici che invano speravano di diventare vive e ho sentito dentro di me l’oscuro desiderio di essere radice di un altro me stesso.
La tristezza dei sogni che camminavano a capo chino, sull’asfalto lucido, ospiti delle ultime tenebre, era anche la mia. Nessuno aveva aperto loro la porta. Nessuno li aveva sentiti arrivare. I colpi delle loro tenui dita sul pesante legno dei battenti erano stati troppo leggeri per essere uditi, e adesso se ne andavano in lunghe file, a capo chino, sull’asfalto lucido di pioggia, sul quale si riflettevano le luci tremanti dei lampioni rischiarati dai primi bagliori dell’imminente alba.
Ho fatto un lungo passo e il vento notturno, che mi aveva sospinto fino oltre lo specchio aperto che non rifletteva la mia immagine, mi ha accolto nelle sue braccia. Volavo lentamente nell’aria nebbiosa e umida di pioggia. Le finestre oscure e quelle illuminate - scacchiera infinita - scorrevano una dopo l’altra accanto a me. Ho visto infine avvicinarsi l’ombra immensa del bosco. Dall’alto, era simile a un animale con il pelo arruffato, pronto a assalirmi. Ho avuto paura. Ma improvvisamente, come un gatto sornione, l’ombra verde e bruna del bosco si è allontanata da me stendendosi sul dorso della notte, che si incamminava nella direzione opposta a quella delle nubi. Ho visto ancora me stesso: il mio riflesso mi veniva incontro sul lucido e nero fiume dell’asfalto bagnato dalla pioggia. Fra poco, io e quel me stesso saremmo stati un’unica immagine.
Volavo ancora - sempre più lentamente, nell’aria nebbiosa - mentre le finestre oscure, una dopo l’altra, si illuminavano accanto a me. Il vento era diventato muto come il cielo, accarezzato dalle bianche mani protese dalla giovane alba. La luce di una finestra si è spenta. In un tempo molto lontano - forse in un’altra vita - in quello stesso istante ho visto le rondini in volo sopra i campi sconfinati. La pioggia è cessata. Gli ultimi miei ricordi sono stati il rumore di un sasso precipitato nell’acqua e la visione di una bianca gemma schiusa sul ramo di un albero dalle immense radici.
Mentre la mia immagine, riflessa dall’asfalto, si univa a me, ho visto lei.
Aveva gli orecchini d’oro a forma di anello e mi correva incontro con gli occhi luminosi, le braccia aperte e i capelli ancora bagnati dalla pioggia. Più in alto volava una rondine, con le ali tese e aperte, mentre oltre la collina svanivano il corteo dei sogni e i resti del saio nero della notte che aveva coperto ogni cosa.
Tutto è finito in quel momento: non ho sentito lo schianto della vela lacerata che precipita in mare.
Questa è la ragione per cui, dopo questo suicidio imperfetto, adesso vi parlo e - mentre abbraccio, accanto a me, la donna che amo - vi sorrido felice.

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domenica 17 giugno 2012

sabato 9 giugno 2012

Step

Step

Pablo Neruda - Il figlio

Da COSPIRAZIONI DI ALTROVE (2)

GIORNI ORFANI

piange il mio spirito
nell’usura dei giorni
orfani di poesia

la morte della Bellezza



ALBERI CHE CAMMINANO
[ispirata a un intervento di Erri De Luca per Emergency]

a Madre Teresa
e altri ‘grandi’ fino a Gino Strada


il cieco della parabola vide
quel giorno
allucinate figure
uomini a forma d’alberi
che camminano

oggi dallo scrittoio del cuore
vorrei dirti gino
che insieme a te si alzano
dalla radice del bene

alberi che camminano
anche se
quasi nessuno li “vede”: santi
di questo tempo



VOLTI AL CIELO

(ai martiri della cristianità)

1.
(testimoni –
non maestri coi loro
fiumi di parole)

vòlto al cielo colui
che grida nel deserto – l’uomo
pneumatico - *

2.
in visione celeste rapiti e
fulminati
sull’altare le mani
a benedire – rosso fiore
sul petto –
gli oscar romero della storia


* per San Paolo è l’uomo spirituale



NIENTE DA PERDERE

appollaiata sulla tua spalla dalla culla
se la pensi ogni giorno quando
ti radi o vai a letto è per
esorcizzarla o scacciare la paura
dell’ignoto
fartela amica

la morte

-essa
non dissimile dalla vita: seme
che trama nel buio
cospirazioni del nascere-

e dunque: niente da perdere
col disfacimento se oltre il fragile
apparire sarai tutt’uno
con l’immenso corpo cosmico
nell’eterno girotondo dei
pianeti
nel sorriso di Dio



DAI CIELI DEL SOGNO

precipitare dai cieli del sogno
fino all’età adulta
richiami di sapori
di voci l’odore
del mare inalare il vento
salato sibilante sotto
le porte -
gibigiane echi
liturgie
di memorie
l’iniziazione del sesso
i segreti

… cieli dell’adolescenza
passati come in sogno



IL RAGGIO VERDE

[ad Agnes (Madre Teresa)]

filtra raggio verde dalla porta
della conoscenza

accedervi con la chiave della
compassione

-anima assetata in estasi-
sanguinando amore



ABITO CELESTE

(parusia)

“tutta la creazione geme…”

1.
da sogni di vetro e
da pioggia d’uccelli sarai
risvegliato

e
di luce
rivestito

(staccato il pungiglione
alla morte)

2. e la tua lucy? e il tuo rex?
questi un’animula non sai se
ce l’hanno

di certo gli manca il senso
del trascendente
essi non si sporgono
sulla loro morte
a cogliere
il proprio profilo finito



GRAFFIO

A Giovanni Giudici
[leggendo “Lume del tuo mistero”]

graffio di demone mi brucia
seguitando sua scia di miele



SOGNO BAGNATO

[dalla parte dei traditi ed uccisi]

vedere l’angelo
della morte
entrare nel mio sogno

ed io riverso
sul selciato
lo stupore del sangue
le viscere nelle mani

“tu quoque brute”
... per mano di chi
si credeva amico


© Felice Serino






Loreto Orati

LORETO ORATI
[Da Facebook – gruppo Evoluzionismo Contemporaneo]


DOVE FINISCE L'INVERNO

E' così lungo l'inverno di questo tempo,
così tante le cose che mancano,
le fabbriche cedono sotto la neve,
al vecchio saggio non rimane che un solo pezzo di legno,
provo a voltarmi verso il futuro ma sono cieco,
allora cerco te,
nel tuo abbraccio, non può che esserci la primavera...

*


FRAMMENTO NOTTURNO

Mi lascio cadere dentro la notte,
tra questa luna accennata e una stringa di sogno,
il prossimo giorno non è attesa, solo ipotesi di luce,
rassicuro le ombre e cedo al silenzio,
nell'inevitabile stanchezza che mi scuote
sento arrivare il momento della bella quiete,
mi concedo solo un ultimo ricordo,
le tue mani e la mia resurrezione...

*


NEL BAGLIORE DEL TUO RITORNO

Che vaghi pure il mio sguardo da stella a stella
nelle ore della tua assenza, come un precipitare nella notte,
che si perda pure, tra Arrakis e Betelgeuse,
tra questa terra e la sponda opposta del cielo,
ma tutta questa bellezza che mi graffia il cuore,
cos'è poi tutta questa bellezza, se non l'eco di un canto,
quando ogni costellazione si spegne, nel bagliore del tuo ritorno...

*


OGNI LUCE POSSIBILE E' SOLO LA TUA OMBRA

Sono nato a mezzogiorno,
lontano dalla notte e dalla ferita del novilunio,
ho guardato i giorni d'eclisse con gli occhi colmi di Sole,
ho rinnegato il tramonto come un tempo di meraviglia,
poi ho incontrato te, figlia del bagliore,
ora so che ogni luce possibile è solo la tua ombra...

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