sabato 23 giugno 2012

Aleph

Aleph

dewdrop 1700 (Terenzio Formenti)

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Da -Cospirazioni di Altrove- (3)

NEL GIRO DI POCHE LUNE

questo corrermi nel sangue
del transeunte l’istante
mai vissuto appieno

questo accadermi



COSA RESTERA’

siamo mistero a noi stessi
cosa resterà quando dopo
di noi sarà a sopravvivere
finanche l’albero
vetusto del giardino di fronte
e le suppellettili e i cari libri

… la tua la mia storia
scritta sull’acqua



PREGHIERA

dinanzi all’Assoluto
misericordia mi vesta
di un abito di luce

amen



VERTICALITA’ (AL NEGATIVO)

carpe diem epoca
di trapasso
il linguaggio i riti
stravolti (e la
famiglia? – e
la sacralità
della vita?) “civiltà” del ludibrio
verticalità
saccente di chi
si crede dio
l’autentico violentato dal
mediatico
narciso edipo in
annuvolati cieli
ingombranti la
psiche
l’aprirsi
in essa di
crepaccio
-la sua
bocca ad urlo



IL SOGNO

(insensatezza della storia)

il sogno di riavvolgere
il film della vita

utopia – sebbene
affrancato è il cuore

dall’essere eterno
e mortale



POESIA ERA IL PROFUMO

nel mezzo della notte un ululato
alla luna (o mi è sembrato?)
ho fatto che voltarmi
dall’altra parte
come in un sogno lucido mi vedevo
librare oltre le nubi in levità
l’altro lato mi appariva il versante
luminoso in forma di poesia
un’armonia nel tempo perduta
essa non era che il vissuto compreso
in una bolla d’aria un frammento
d’eterno
mi espandevo su quel versante lucente
linea sottile del sonno dove
poesia era il profumo
del mare
mare aperto



SEI DEL CIELO

chiedere a Dio quella protezione
che il mondo non può dare

rifugiarti a quel nido dove
Egli attende come una madre
il suo piccolo perduto

nuda allo scoperto
sei creatura nata per la terra
-ma del cielo-

dove sempiterna dimora
Compassione



INVERNI

quanti ancora ne restano
nel conto apparente degli anni
incorniciati nella finestra i rami
imperlati di gelo e la coltre
candida che copre
anche il silenzio dei morti

immacolato manto
come una immensa pagina bianca
la immagini graffiata da
due righe di addio
il sangue delle parole già
rappreso mentre
è lo spirito a spiare da un
lembo del cielo



© Felice Serino

Un racconto di Giordano Genghini

UN SUICIDIO IMPERFETTO
Racconto di Giordano Genghini tratto dal romanzo “Adesso forse” (vedi sito ilmiolibro.it)

Nella notte di primavera in cui sono morto non era ancora tramontata la luna. Un’immensa mano di vento mi ha sospinto fino allo specchio trasparente. L’ho aperto e l’ho oltrepassato. Oltre il vetro, non scorgevo più la mia immagine ma le luci immobili delle case imprigionate dal cielo notturno.
Sentivo dentro di me la sofferenza delle mura, delle finestre e delle luci, impietrite nell’immobilità come navi che non poteano salpare. Ho compreso la sorda angoscia delle cose senz’anima e senza radici che invano speravano di diventare vive e ho sentito dentro di me l’oscuro desiderio di essere radice di un altro me stesso.
La tristezza dei sogni che camminavano a capo chino, sull’asfalto lucido, ospiti delle ultime tenebre, era anche la mia. Nessuno aveva aperto loro la porta. Nessuno li aveva sentiti arrivare. I colpi delle loro tenui dita sul pesante legno dei battenti erano stati troppo leggeri per essere uditi, e adesso se ne andavano in lunghe file, a capo chino, sull’asfalto lucido di pioggia, sul quale si riflettevano le luci tremanti dei lampioni rischiarati dai primi bagliori dell’imminente alba.
Ho fatto un lungo passo e il vento notturno, che mi aveva sospinto fino oltre lo specchio aperto che non rifletteva la mia immagine, mi ha accolto nelle sue braccia. Volavo lentamente nell’aria nebbiosa e umida di pioggia. Le finestre oscure e quelle illuminate - scacchiera infinita - scorrevano una dopo l’altra accanto a me. Ho visto infine avvicinarsi l’ombra immensa del bosco. Dall’alto, era simile a un animale con il pelo arruffato, pronto a assalirmi. Ho avuto paura. Ma improvvisamente, come un gatto sornione, l’ombra verde e bruna del bosco si è allontanata da me stendendosi sul dorso della notte, che si incamminava nella direzione opposta a quella delle nubi. Ho visto ancora me stesso: il mio riflesso mi veniva incontro sul lucido e nero fiume dell’asfalto bagnato dalla pioggia. Fra poco, io e quel me stesso saremmo stati un’unica immagine.
Volavo ancora - sempre più lentamente, nell’aria nebbiosa - mentre le finestre oscure, una dopo l’altra, si illuminavano accanto a me. Il vento era diventato muto come il cielo, accarezzato dalle bianche mani protese dalla giovane alba. La luce di una finestra si è spenta. In un tempo molto lontano - forse in un’altra vita - in quello stesso istante ho visto le rondini in volo sopra i campi sconfinati. La pioggia è cessata. Gli ultimi miei ricordi sono stati il rumore di un sasso precipitato nell’acqua e la visione di una bianca gemma schiusa sul ramo di un albero dalle immense radici.
Mentre la mia immagine, riflessa dall’asfalto, si univa a me, ho visto lei.
Aveva gli orecchini d’oro a forma di anello e mi correva incontro con gli occhi luminosi, le braccia aperte e i capelli ancora bagnati dalla pioggia. Più in alto volava una rondine, con le ali tese e aperte, mentre oltre la collina svanivano il corteo dei sogni e i resti del saio nero della notte che aveva coperto ogni cosa.
Tutto è finito in quel momento: non ho sentito lo schianto della vela lacerata che precipita in mare.
Questa è la ragione per cui, dopo questo suicidio imperfetto, adesso vi parlo e - mentre abbraccio, accanto a me, la donna che amo - vi sorrido felice.

Poesia, racconti, fotografia,arte, letteratura, concorsi, grafica - Rosso Venexiano - sito e blog

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domenica 17 giugno 2012

sabato 9 giugno 2012

Step

Step

Pablo Neruda - Il figlio

Da COSPIRAZIONI DI ALTROVE (2)

GIORNI ORFANI

piange il mio spirito
nell’usura dei giorni
orfani di poesia

la morte della Bellezza



ALBERI CHE CAMMINANO
[ispirata a un intervento di Erri De Luca per Emergency]

a Madre Teresa
e altri ‘grandi’ fino a Gino Strada


il cieco della parabola vide
quel giorno
allucinate figure
uomini a forma d’alberi
che camminano

oggi dallo scrittoio del cuore
vorrei dirti gino
che insieme a te si alzano
dalla radice del bene

alberi che camminano
anche se
quasi nessuno li “vede”: santi
di questo tempo



VOLTI AL CIELO

(ai martiri della cristianità)

1.
(testimoni –
non maestri coi loro
fiumi di parole)

vòlto al cielo colui
che grida nel deserto – l’uomo
pneumatico - *

2.
in visione celeste rapiti e
fulminati
sull’altare le mani
a benedire – rosso fiore
sul petto –
gli oscar romero della storia


* per San Paolo è l’uomo spirituale



NIENTE DA PERDERE

appollaiata sulla tua spalla dalla culla
se la pensi ogni giorno quando
ti radi o vai a letto è per
esorcizzarla o scacciare la paura
dell’ignoto
fartela amica

la morte

-essa
non dissimile dalla vita: seme
che trama nel buio
cospirazioni del nascere-

e dunque: niente da perdere
col disfacimento se oltre il fragile
apparire sarai tutt’uno
con l’immenso corpo cosmico
nell’eterno girotondo dei
pianeti
nel sorriso di Dio



DAI CIELI DEL SOGNO

precipitare dai cieli del sogno
fino all’età adulta
richiami di sapori
di voci l’odore
del mare inalare il vento
salato sibilante sotto
le porte -
gibigiane echi
liturgie
di memorie
l’iniziazione del sesso
i segreti

… cieli dell’adolescenza
passati come in sogno



IL RAGGIO VERDE

[ad Agnes (Madre Teresa)]

filtra raggio verde dalla porta
della conoscenza

accedervi con la chiave della
compassione

-anima assetata in estasi-
sanguinando amore



ABITO CELESTE

(parusia)

“tutta la creazione geme…”

1.
da sogni di vetro e
da pioggia d’uccelli sarai
risvegliato

e
di luce
rivestito

(staccato il pungiglione
alla morte)

2. e la tua lucy? e il tuo rex?
questi un’animula non sai se
ce l’hanno

di certo gli manca il senso
del trascendente
essi non si sporgono
sulla loro morte
a cogliere
il proprio profilo finito



GRAFFIO

A Giovanni Giudici
[leggendo “Lume del tuo mistero”]

graffio di demone mi brucia
seguitando sua scia di miele



SOGNO BAGNATO

[dalla parte dei traditi ed uccisi]

vedere l’angelo
della morte
entrare nel mio sogno

ed io riverso
sul selciato
lo stupore del sangue
le viscere nelle mani

“tu quoque brute”
... per mano di chi
si credeva amico


© Felice Serino






Loreto Orati

LORETO ORATI
[Da Facebook – gruppo Evoluzionismo Contemporaneo]


DOVE FINISCE L'INVERNO

E' così lungo l'inverno di questo tempo,
così tante le cose che mancano,
le fabbriche cedono sotto la neve,
al vecchio saggio non rimane che un solo pezzo di legno,
provo a voltarmi verso il futuro ma sono cieco,
allora cerco te,
nel tuo abbraccio, non può che esserci la primavera...

*


FRAMMENTO NOTTURNO

Mi lascio cadere dentro la notte,
tra questa luna accennata e una stringa di sogno,
il prossimo giorno non è attesa, solo ipotesi di luce,
rassicuro le ombre e cedo al silenzio,
nell'inevitabile stanchezza che mi scuote
sento arrivare il momento della bella quiete,
mi concedo solo un ultimo ricordo,
le tue mani e la mia resurrezione...

*


NEL BAGLIORE DEL TUO RITORNO

Che vaghi pure il mio sguardo da stella a stella
nelle ore della tua assenza, come un precipitare nella notte,
che si perda pure, tra Arrakis e Betelgeuse,
tra questa terra e la sponda opposta del cielo,
ma tutta questa bellezza che mi graffia il cuore,
cos'è poi tutta questa bellezza, se non l'eco di un canto,
quando ogni costellazione si spegne, nel bagliore del tuo ritorno...

*


OGNI LUCE POSSIBILE E' SOLO LA TUA OMBRA

Sono nato a mezzogiorno,
lontano dalla notte e dalla ferita del novilunio,
ho guardato i giorni d'eclisse con gli occhi colmi di Sole,
ho rinnegato il tramonto come un tempo di meraviglia,
poi ho incontrato te, figlia del bagliore,
ora so che ogni luce possibile è solo la tua ombra...

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