sabato 29 settembre 2012

Vinicio Capossela legge Beatrice Niccolai (Sull'ultima riga di un foglio...

Dewdrop 1732 Terenzio Formenti (a cura di)

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Da IN SOSPESO DIVENIRE (3)

FELICE SERINO

DA IN SOSPESO DIVENIRE (3)
2012

-Poesie dell'impermanenza-


ESTASI

avvitato nel rosso
tuo palpito


m’incielo

*

L’ENERGIA S’ADDENSA

l’energia s’addensa in un tempo
rallentato

-noi qui nel divenire

-palpiti d’anima e cielo

(un
trascendersi)

*

ALTRE (Poesie d’occasione)



IL RIMEDIO

non lo trovi in nessuna
enciclopedia: malessere e
rabbia si contrastano
con meditazione e preghiera rubando
spazio alla bile – ripudiando la
pratica di chi
si disistima
con alcool e pasticche a effetto
placebo (col pensiero
-inconscio- di sparire)

*

AD ANTONIA POZZI

Poesia – azzurra
eco del cuore –
sei musica che piove
pulviscolo dorato nelle stanze
della Bellezza

-eterna armonia

*

MILLE E PIU’ PAGINE *
(ah la poesia!)

sulla spalla mi pesa la merin
i tornando dal mare un cambio
spalla versi da ruminare
in un vago giro di pensiero
nell’aperto cielo
istriano
in questa canicola agostana

[Porec (Parenzo), ferragosto 2012]

* Alda Merini, Il suono dell’ ombra, Mondatori 2010


*

AD UNGARETTI

nel carnato della terra
d'alessandria –zolla
palpitante nel sole

nascita di un dio minore
a battesimo d’inchiostro



© by Felice Serino


Poesie di Loreto Orati


LORETO ORATI [da Facebook]

I PASSI DEL PADRE

I giorni si fanno martirio, impotenza,
i passi del padre si trascinano con il mio futuro
verso l'abbandono, dentro la memoria,
di così poco amore ho nutrito gli anni già dimenticati,
di ancor meno parole,
ed ora, tutta questa fatica, questo lento avanzare
verso la sponda più lontana della notte,
questo mio pentimento,
un figlio non ancora padre, lontano dal padre,
mentre il tempo si fa sipario, ed il teatro si svuota,
mentre l'emozione del danzatore già diventa ricordo
sul palcoscenico del crepuscolo...

*

IL NOME DI OGNI LUCE CHE CONOSCO

Stanotte voglio strappare il tuo corpo al rifugio dell'oscurità,
al dono della sonnolenza,
accendere un fuoco nel bivacco del desiderio
perché possa illuminare i tuoi fianchi,
pregare ogni frammento di Sole sopravvissuto
perché trovi salvezza dentro i tuoi occhi e diventi la mia prossima alba,
stanotte voglio pronunciare il tuo nome, con la chiarezza degli insonni,
perché le ombre sappiano, finalmente, qual'è il nome di ogni luce che conosco...

*

LE TUE LABBRA SONO UN ROSSO VELIERO

Le tue labbra sono un rosso veliero
ed io ti attendo, come acqua da navigare,
mio è il senso di ogni mare,
mia la rotta che ti conduce,
mio il profumo dei giardini che hai lasciato,
nascosto nel vento che mi solleva in onda,
e nella prua che si confonde al mio oceano
io tremo, e ti accolgo, e cancello tutte le tempeste,
restano rovere e sale a confondersi, come in un bacio,
sotto stelle imminenti a cui dare il nostro nome...

*

DALL'ULTIMO ALBERO SOPRAVVISSUTO

Abbiamo costruito gabbie
per i cani e per la tolleranza,
con acciaio forgiato tra fiamme di ghiaccio,
e terre inventate,
e donne martoriate,
e demoni a cui dare devozione
nelle cattedrali che battono moneta,
abbiamo devastato ogni giardino
con il passo impietoso dei barbari senza sogni,
e dedicato altari alla follia dei suicidi,
e silenzio al canto della guarigione,
abbiamo chiamato, invano, ogni possibile dio
da questa terra che invoca solitudine,
ed ora dovremmo cadere in ginocchio, sulle pietre della vergogna,
mentre dall'ultimo albero sopravvissuto, una timorosa primavera prova a perdonarci...

*


S'ALZANO TORRI DI FUMO
S'alzano torri di fumo dal carnaio,
dalla voragine spalancata sull'abisso dei perdenti,
brandelli indistinti di uomini dal nome sicuro
sono i fiori più belli della memoria,
quel giardino non conosce autunno...

*


E' COSA VOSTRA

E' cosa vostra il dogma dell'ombra, la lezione dell'agguato,
è cosa vostra la cravatta e l'incaprettato,
la matricola abrasa e la chiara menzogna dei comizi,
è cosa vostra il fetore della bomba e della carne aperta,
è cosa vostra l'esercito dei senza nome, la trincea nascosta,
è cosa nostra il tentativo del coraggio,
il volo maestoso del falcone sui campi aperti della memoria...

*


HO SCRITTO DEI TUOI OCCHI SULLA CARTA VETRATA

Ho scritto dei tuoi occhi sulla carta vetrata
con le mani sanguinanti dopo l'ennesima carezza sbagliata,
ho scritto dei tuoi occhi e della tua seta
così opposta al ruvido gesticolare dei miei giorni,
così diversa dagli stracci rimasti dopo ogni abbandono,
ho scritto dei tuoi occhi sulla carta vetrata
immaginando fosse la più delicata delle pergamene,
una promessa antica,
un ritorno,
l'anima di quell'albero dall'ombra generosa
che ha conosciuto bene tutte le mie attese...

Io ero là

Io ero là

Parole | Poesia | flymoon | Poesia, racconti, fotografia,arte, letteratura, concorsi, grafica - Rosso Venexiano - sito e blog

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Alberi che camminano | Poesie in Versi | il piacere di Scrivere e Pubblicare Online

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sabato 15 settembre 2012

Scrivo il Vento

Dewdrop 1730 Terenzio Formenti (a cura di)

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Da -IN SOSPESO DIVENIRE- (2)


FELICE SERINO

Da IN SOSPESO DIVENIRE (2)
(2012)

Poesie dell’impermanenza


NEGAZIONE DELLA MORTE

inargenta sul mare la fine del giorno

sapere che Qualcuno
da sempre mi conosce


notte d’ossidiana ora m’avvolge

io
non posso morire


morire alla vita…

*

VORTICE DI FOGLIE

distrazione
del Supremo – dici – la nostra parte
mancante? ovvero caduta
d’angelo nel mare-mondo?

non siamo
che un vortice di foglie...

ma se il precipitare
in se stessi è in vista di risalita
(alla notte
segue il giorno)

allora non esiste di certo
–sai- chi potrà recidere
questo cordone ombelicale col cielo

*


VITA CHE TI SVELI

assisa sul bordo della luce
vita che abbracci
infiniti orizzonti
vita riflessa
che non sai dire se vivi
o sogni
vita genuflessa
a adorare il sole-maja
di luce
che apri la fronte del giorno
vita-vuoto affamato

sii te stessa
“vita fedele alla vita”


… rigenerata dalla Croce
Vita che ti compi
che ti sveli

<<<

-Altre- (Poesie d'occasione)


SOGNO UN MARE D’ERBA
(a Walt Whitman)

amo le tue odi dolce vecchio
Whitman -
un lampo ed ora ti vedo
tra nubi giocare coi capelli
di Dio Padre (tu ritornato
bambino) - ed ecco
ti si ricongiunge l'ex
"allievo" - il profeta *
barba-di-luce - fluttuante
nel mare d'erba del cielo

* Allen Ginsberg, che s'ispirò a Whitman,
morto il 5.4.97

[poesia del 2000, ripresa nel 2012]

*

PAROLE

mi chiamano dal fondo
parole
dove il sangue ondeggia

mi guardano
ancora senza carne

parole nate
con quel vuoto
d’un arto amputato

(orfanezza di non essere
intere mai)

ricercate per una
metafora felice

*

IO ERO LA’

(nella ricorrenza dell’11 settembre)

quasi un assentarmi da me (stato
catatonico davanti allo schermo)
(auto-
difesa inconscia per non viverlo
quel momento?)

-ma io “ero” là
tra vite spaginate nell’aria:

io presente-assente
stagliato contro un cielo stravolto


… e in me

cadevo


© by Felice Serino


Racconto di Genghini


NEL CARCERE DI SABBIA
Racconto di Giordano Genghini tratto dal romanzo Adesso forse (visibile sul sito web.ilmiolibro.it)

All’interno della buia dimora che sprofonda nella prigione scavata nella sabbia, di fronte alla lontana distesa di onde grigie che sembrano mare, vivo da solo: da quanto tempo non ricordo, forse da migliaia di anni. Non mi muovo e non ho bisogno né di cibo né di acqua. A volte mi affiorano nella mente frammenti di un lontanissimo passato e immagino - o forse sogno - di avere abitato con altri in una splendida dimora dove regnava la luce. Ma ora il solo pensiero del chiarore mi dà ansia. Se qualcuno, un tempo, era accanto a me, l’ho perduto, forse per un’antica colpa. Quale essa sia non so: l’ho dimenticata. Le mie visioni svaniscono dopo pochi attimi e io rimango, quasi assopito, a guardare la danza nel paesaggio dei granelli di sabbia che turbinano al soffio del vento. Per far trascorrere il tempo cerco di contarli uno dopo l’altro, iniziando da quelli vicini e spingendo lentamente lo sguardo più avanti, ma la mia è un’impresa impossibile: dopo qualche minuto la vista si confonde e perdo il conto. Ricomincio daccapo ma, dopo aver ripetuto il tentativo decine di volte, vengo colto dal sonno.
Mi risveglio a notte inoltrata, quando - se non pascolano le nubi o cade la pioggia - nel cielo blu scuro c’è la luna. Di notte mi sento meno solo. Folate di vento spazzano la striscia deserta di sabbia e sopra il paesaggio vedo le stelle, numerose quanto i granelli del deserto: la prigione che mi circonda. Le piccole luci degli astri hanno per me qualcosa di famigliare e mi suscitano nostalgia del cielo nero che sovrasta il luogo in cui vivo. Tento spesso invano di contare le stelle a una a una, come i granelli di sabbia, iniziando da quelle più vicine alle vette degli alti monti disposti a semicerchio intorno al carcere in cui sono rinchiuso. Ogni più tenue luccichio mi provoca un brivido.
I riflessi dei gelidi astri mi incantano e resto immobile - nella buca oscura in cui vivo - a spiare i loro piccoli lumi nell’oceano di buio. A volte resto acquattato nella mia tana scavata nella sabbia, ridendo del rumore del vento, come un folle.
Penso di essere sia un prigioniero sia un custode, anche se non so di che cosa. Forse mi è stato affidato in custodia questo deserto paesaggio di sabbia, in fondo al quale il sole non si vede mai, nascosto nella infinita distesa di forme grigie che giunge fino all’orizzonte. Quando la noia e la solitudine mi opprimono, mi incanto a guardare i velati raggi che invia, sempre invisibile e nascosto dietro i monti: spero che essi facciano brillare le pietruzze mescolate alla sabbia. Talvolta fingo che qualcuno si stia avvicinando. Lo invito allora a prendere posto nella tana e a guardare con me quelle che credo onde increspate, tremolanti in lontananza.
Forse la follia sta prendendo possesso della mia mente perché, da qualche tempo, sempre più spesso mi sorprendo a parlare con gli stormi di bianche sagome confuse che intravedo in alto nel cielo, molto più in alto dei gabbiani che talora sorvolano nei neri tramonti il deserto. Mi sembra di averne imparato il linguaggio, di comprenderli e di essere da loro compreso.
Nello scorso inverno, quando la neve copriva il mio carcere di sabbia, mi sono scoperto intento a imitarne le grida e a rispondere ai loro richiami, e - nel delirio - ho creduto di sentirli dire che si stava avvicinando il giorno in cui avrà fine la mia solitudine.
Il tepore mi annuncia ora il ritorno della primavera. Vedo gli sconosciuti alati bianchi solcare il cielo e mi pare di sentirli gridare fra loro che il momento in cui potrò andarmene è giunto, perché ho scontato la pena per la colpa che ignoro. Sogno che fra breve vedrò qualcuno avvicinarsi: vincerò la mia paura, lascerò per la prima volta la mia buia dimora e gli andrò incontro. Vorrei comprenderne la lingua, come a me pare di capire il linguaggio delle bianche creature che sempre più numerose popolano quel cielo lontano per cui provo nostalgia, come per una casa un tempo mia e ora perduta.
Poco fa, fra strisce di chiaroscuri, in un tramonto simile a un’alba o in un’alba che ricorda un tramonto e in cui il sole, come sempre, non si scorgeva, ho visto davanti a me qualcosa di insolito: una candida penna, staccatasi da un’ala, posata sulla sabbia e lievemente mossa dal vento. L’ho osservata a lungo: non proviene da un’ala di un gabbiano, né di alcun altro uccello che io conosca, eppure mi sembra di averla già vista.
Le mie mani o, forse, zampe, sono scure, pelose e con lunghi artigli, da cui si dipartono appiccicose membrane: ho sempre avuto disgusto di ciò che potevo vedere di me.
Per la prima volta dopo millenni, rivolgo ora il mio sguardo al mio corpo, immerso nell’oscurità della buia tana scavata nell’arena. Per la prima volta, uscendo dal mio carcere di sabbia e, volgendo da un lato e dall’altro il mio capo, mi pare di essere cambiato - come un insetto dopo la metamorfosi - e scopro con stupore di possedere un grande paio di ali bianche. Le distendo in tutta la loro ampiezza, scuotendo la sabbia che le ricopre. La penna caduta è identica a quelle delle mie ali che ora vedo sopra di me, disegnare una vasta ombra sulla sabbia grigia. La meraviglia del sapermi diverso da come mi immaginavo diventa però terrore quando, oltre il silenzio delle onde del deserto e le grida delle sagome bianche in volo, sento - ma forse è delirio - un suono mai percepito finora. Un flebile lamento o un pianto, misto a parole sconosciute, proviene dall’altro versante, a me invisibile, dei monti. Mentre sto per ripiegare le ali e rintanarmi tremando nelle profondità oscure del mio carcere, sento nella mente una voce, il cui tono intreccia la decisione del comando a una paterna dolcezza a me ignota. La voce mi invita, in una lingua che non ricordo di avere mai sentito ma che pure comprendo, a alzarmi in volo, a abbandonare la prigione nel paesaggio di sabbia, a raggiungere oltre i monti la casa da cui proviene il lamento che ho udito: il pianto - la voce ora sussurra - di un essere umano appena nato, al quale dovrò stare accanto, anche se forse mai crederà nella mia esistenza. Il mio corpo si libera dalla sabbia e, leggero, si alza in volo, sostenuto dalle grandi ali. La voce risuona ancora nella mia mente, confondendosi con lo scroscio dell’acqua che ora vedo cadere fra le rocce, illuminata dai raggi del sole: “Nel carcere di sabbia hai purificato ogni colpa” dice.
Le ali bianche mi innalzano oltre i gabbiani e le cime dei monti, alte sul carcere di sabbia, fra i miei simili che volano con me fra le nubi chiare, candidi nel cielo azzurro. “Vai dagli uomini, Hariel” dicono. “Sarai il custode di uno di loro: sei il suo angelo”.

Fòsfeni

Fòsfeni

flymoon - Qualcuno mi conosce

flymoon

sabato 8 settembre 2012

sabato 1 settembre 2012

Nascita

Nascita

ACCOMPAGNANDOTI LE IMPRONTE

Dewdrop 1708 Terenzio Formenti (a cura di)

http://groups.yahoo.com/group/dewdrop/message/1708 [seleziona e clicca col dx]

Da "In sospeso divenire"

FELICE SERINO

IN SOSPESO DIVENIRE

-Poesie dell’ impermanenza-
(d’un presentito chiaro d’armonie)


al di fuori di me -
io stesso luogo-non-luogo –
mi espando
f. s.


*

DISTACCO

farsi fragile foglia
appoggiata ad una spalliera di vento

*

EVANESCENZA

in trasognato sfarti figura

-quasi rito-

t’invetri
incielata diafana

*

COS’ E’ IL MARE

non puoi spiegarlo
alla bimba dagli occhi di luna
se non l’ha mai visto prima

se non è rimasta rapita
dal ricrearsi sull’acqua
di riflessi dorati
-ed è poesia…
lei può solo sognarlo – il mare –
come una carezza di vento
salato e spazi
aperti e voli…

vederlo nel proprio cielo
alla stregua in cui s’immagina
un altrove
chiamato paradiso

*

NASCITA

come appena
emerso

da naufragio di sangue
a luce
ferita

rosa
del tuo fiato - madre -

*

CONVERSIONE

(sfogliando la fine anni ’60)

una luce pensante
di sorpresa
visita il cuore
che si è negato all’altro
da Sé
al suo versante celeste
-per giorni spavaldi
da cucire sulla pelle

(ora è un coniugarsi all’opposto
il restarvi connesso
è l’attesa
-in traslucere d’anima arresa-
che Colui che t’invita ti dica
“amico vieni più avanti”
-cfr Lc 14,10)


<<<

-Altre- (Poesie d'occasione)


L’ EGO

1.
ovattata vita
di chi l'altro non "sente"
-muro eretto
con impasto dell'ego

2.
inutile imbiancarle
le pareti pregne di dolore
-sale silenzioso l'urlo
fino al cielo


© by Felice Serino



Da "Io e Dio"


Mi alzo con la mente in un punto al di sopra del pianeta e lo guardo dall'alto, come se fosse la prima volta, come quando vedo un film e mi chiedo qual è il suo messaggio. Qual è il messaggio della vita degli uomini sulla terra? Con la mente là in alto, libera dai consueti schemi mentali, nuda di fronte al mistero dell’essere, in questo momento, immagine di ogni altro momento della storia, guardo gli uomini miei simili alle prese con il mistero dell’esistenza.
Vedo esseri umani che nascono ed esseri umani che muoiono, sottoposti come ogni altra forma di vita al ciclo del divenire; vedo due ragazzi che si baciano e si sentono immortali, e un vecchio solo che nessuno più vuole e nessuno più sa; vedo una donna che mi ha scritto dicendomi che soffre da ormai troppi anni per una paralisi sempre più devastante e che ora vuole solo morire al più presto, e vedo altri esseri umani nutriti artificialmente e che respirano artificialmente ma che per questo non hanno perso la voglia di vivere e di continuare a esserci. Vedo uomini che si affrettano come formiche sui marciapiedi delle metropoli, e altri che se ne stanno da soli in luoghi deserti. Vedo commerci sessuali di ogni tipo, per amore, per denaro, per cattiveria, per noia o per il solo naturalissimo desiderio del piacere. Vedo bambini che si ingozzano di cibo artificiale e altri che muoiono di fame. Vedo una tavola apparecchiata con grazia, la tovaglia fresca di bucato, le posate al loro posto, i bicchieri dell’acqua e del vino, i tovaglioli candidi, e una donna che gioisce di poter servire il pranzo ai suoi cari. Vedo una ragazza che suona Bach al violoncello e giovani che si riversano nelle orecchie suoni che non è possibile definire musica, perché non hanno nulla a che fare con le Muse. Vedo lotte per il potere, dittatori assassini, terroristi altrettanto assassini, e vedo chi si batte e muore per la giustizia, martire della libertà. Vedo campi di concentramento e campi di sterminio, lager, gulag, laogai, dove esseri umani sono privati di ogni dignità e sterminati con la stessa meticolosa attenzione e sovrana noncuranza con cui si eliminano i pidocchi dai capelli, e vedo ospedali e case di cura dove esseri umani sono colmati di ogni dignità e lavati, nutriti, accarezzati con la stessa meticolosa attenzione e l’affetto più delicato che si riservano ai figli. Vedo riti millenari e liturgie arcane, accanto a bestemmie rabbiose e ad altre dette così, come si dice «va là». Vedo indegni approfittatori del nome di Dio, altri che ne sono un luminoso riflesso, alcuni che rimangono del tutto indifferenti. Vedo il bene e il male che gli uomini e le donne sono capaci di generare e che spesso è quasi impossibile distinguere; vedo lo scorrere del tempo che corrode ogni cosa, e il prodigio di opere umane capaci persino di vincere il tempo. Vedo una storia senza senso che si nutre del sangue di esseri umani e di animali, e vedo un progresso indubitabile in termini di benessere e di giustizia. Vedo la bellezza e la deformità, vedo una natura che è madre e a volte è matrigna, un cielo stellato che attrae e insieme impaurisce, con il suo freddo infinito.
Vedo tutto questo, e molte altre grazie e molte altre deformità, e mi chiedo se c’è un senso unitario di questo teatro, e qual è. Questa vita, dentro cui siamo capitati nascendo senza sapere perché, ha mille ragioni per essere una grazia, e mille altre per essere una disgrazia: ma cosa è vero? Che è una grazia, o una disgrazia?
E poi vedo i miei morti. Ognuno ha i suoi morti. Nonni, genitori, amici, fratelli. Vi sono esseri umani a cui è dato di vivere la morte di un figlio, e non esiste dolore più grande. E al cospetto dei morti, di fronte ai quali non si può mentire, pongo la questione della verità: è un bene o un male che essi ci siano stati, che siano vissuti, che siano apparsi in questo mondo? Se alla fine comunque si deve morire, è meglio nascere o non nascere, essere stati o non essere mai stati, essere o non essere? E poi mi chiedo che fine hanno fatto, loro, proprio loro, ognuno diverso dall’altro, irripetibile, con la sua voce, il suo sorriso, la luce singolare degli occhi. Li potrei descrivere tutti, uno a uno, i miei morti, come ognuno potrebbe descrivere i suoi, perché sono dentro di noi e niente mai ci separerà da loro. Ma che cos’è vero, alla fine, per me e per loro, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove?
Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio.

Vito Mancuso
Da Io e Dio. Una guida dei perplessi