sabato 24 novembre 2012

Da: La vetrata nera


GIORDANO GENGHINI

DA “LA VETRATA NERA”
(Sez. 17.)


Forse è domenica - forse è ancora maggio
verso il sorteggio
è pronta l’urna letto fra le sbarre
verso le cifre bizzarre
oltre i sentieri antichi e l’erba nuova
oltre lontane grida di corvi
oltre steli che tremano nel vento
l’urlo nel corridoio è forte ora
e nel cortile dell’ospedale
niente più pezzi di rami
amianto sbriciolato come squame
di pesce grigio
più nessuno lavora non c’è gente
la vetrata nera
ricopre la città il cielo le forme
quella vetrata nera enorme taglio
nel ponte nel cervello l’osso il cranio
che divide la mente
di un albero tagliato resta il segno
vuoto e un ascia lasciata dentro il legno
morto e la traccia delle orme ed il sonno
e il niente - tutto è spento
e un ragno pende dal filo nel vento.





Genghini - A un poeta minore

A UN POETA MINORE DEL 1899

(FURTI DIVERSI: LIBERA TRADUZIONE
DI GIORDANO GENGHINI
DA JORGE LUIS BORGES)

Lasciare un verso per quell'ora triste
che sul confine del giorno ci attende
e legare il tuo nome alla dolente
data di oro e d'ombra tu volesti.

Con che passione, nel mesto tramonto
tu elaboravi quello strano verso
che fino al svanir dell'universo
ti avrebbe ricordato a tutto il mondo!

Se riuscisti non so, e non so nemmeno
se tu vivesti mai, fratello mio
ma sono solo e voglio che l'oblio

l'ombra tua lieve restituisca almeno
a questa mesta mia giostra in cui ora
le parole ricopre questa sera.



GIORDANO GENGHINI

RICCIOLI VERDI

Riccioli verdi eh? dici: e non capisci
se scherzi:
riccio aperto, stupito ti diverti
... fra brezze e versi, o versi frasche d'acqua
di fontana, a capriccio, e senti un terso
fruscio di uccello fra i ventagli. Guscio
sottile, dietro l'uscio è dolce e bello
e inatteso riaverti:
felci, capelli, scale d'aria e a luglio,
stamani, ala sorpresa, e nel mattino
frullo celeste di rose in cespuglio.
Credimi, cose strane:
spruzzi barocchi, vesti
fiorite, giochi sciocchi,
arazzi, fini pizzi di sorrisi,
visi, frizzi, improvvisi
guizzi di crine alpestre,
occhi, trine, finestre.

sabato 10 novembre 2012

I RITORNI - Salvatore Quasimodo

Dewdrop 1738 Terenzio Formenti (a cura di)

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Poesia di Guido Pazzi

GUIDO PAZZI


IL VENTO SCHIUDE UNA MANO

Dipinto da un mantello di pensieri
dove si posano le colombe sto ritto
nell'immenso a gustare i passi
dei millenni e i miragi del sortilegio
e il vento schiude una mano che tocca
le eternità in fondo al viso di Dio
e bagna gli spazi di silenzio.
Io m'ingigantisco di soavità
e raggiungo l'infinito che galleggia
raggiungo i suoi occhi nitidi di sollievo
dove il pianto ha bruciato i suoi doni
e un cratere di tristezza.
Visito cielo con l'impronta di autunni perenni
e fra poco avrò angeli che mi escono
dalle vene come sangue.




Al confine del tempo

AL CONFINE DEL TEMPO

di Giordano Genghini


Il tempo e lo spazio: o, meglio, lo spaziotempo. Una radice della indefinibilità dell'uomo e dell'individuo. Poiché ogni nostro valore e punto apparentemente fermo nella geometria razionale posa su una scommessa inerente lo spaziotempo. Le ipotesi scientifiche ci parlano di età cosmiche di miliardi d'anni che precedono la nostra comparsa (improbabilissima, sia per la specie che per l'individuo umano), e di miliardi d'anni che la seguiranno: e potrebbe trattarsi solamente d'un attimo, di una diastole/sistole, d'un battito di cuore in un corpo vivente di sovracosmo Altro. Poiché nulla ci consente di escludere, riguardo a ciò che consideriamo cosmo, che non si tratti di una singola cellula d'un organismio complesso: e così nella sequenza, aperta in entrambe le direzioni, come i numeri, all'infinito, l'homo sapiens è forse tappa parziale d'un ignoto cammino, che perfino il 'buon senso' suggerisce in corso anche altrove: nello sterminato cosmo, nell'Altro che si nasconde al di là della limitata sfera soggetta ai nostri organi di senso (cinque, non cinquanta, o cinquecento) ed ai loro prolungamenti, l'Altro sciolto (ab-solutus) dal recinto spaziotemporale che è il nostro carcere, ma al tempo stesso la scacchiera dell'esistenza - si può ex/sistere solo nello spaziotempo - l'Altro che dall'homo sapiens può essere, nell'avvicinamento massimo consentito, intuito come il protozoo, dal suo cosmo/pozzanghera, poteva intuire l'uomo e le ragioni dell'operare umano, come il bruco può intuire, nel proprio imbozzolarsi in crisalide, un'altra imminente dimensione della vita.
Ma intorno a ciò è dato fantasticare, immaginare, creare e tornire parole, sperimentando quali mutamenti della id/entità e dell'essere corrispondano al mutamento ed alla creazione del linguaggio e dell'ordito testuale: cosicché non è dato un pianeta ed una sua storia, ma il pianeta e la sua storia scritta dai grandi rettili in estinzione ed un pianeta e la sua storia scritta dai mammiferi incamminati verso il futuro - essi pure soggetti alla spada di Damocle del tempo. Innumerevoli dunque sono le storie e le cosmogonie e mitologie, altrettanti quanti i centri di coscienza separati attraverso i quali il Tutto ri/flette: ogni cosa "esiste molte volte, infinite volte" (Borges, La casa di Asterione).
Credo che il primo campo di battaglia della letteratura sia collegato in questa pianura che si perde in direzione dei confini spaziotemporali, del limite umano. E' il terreno che già fu degli antichi miti e cosmogonie, delle opere sacre, della scrittura visionaria, della parola orfica che si dissolve in musica e colore, dell'oceano che si apre al di là delle colonne d'Ercole della mente. Certo, anche la storia ed il presente chiamano gli scrittori all'opera: ma i ghibellini ed i guelfi d'ogni colore tramontano mentre i segni tracciati da Dante sono in/terminabili. D'altronde, nella civiltà delle comunicazioni audiovisive, dello spettacolo e del giornalismo, la letteratura, in tale ambito, è goccia nel mare: ciò che invece le è proprio ed irripetibile è il rinnovare il tentativo di sottrarre Euridice all'Ade del tempo, il sogno di circumnavigare l'anima, l'inquietudine che sempre sospinge al viaggio. Viaggio che può condurre a perdersi, ad incontrare il proprio sé od il proprio doppio, a naufragare o ad ascendere ad antichi o nuovi dèi, ad antica o nuova fede ('bheid': l'affidarsi ad un Tu benigno). Come uomini, i poeti debbono cercare di ancorarsi allo spaziotempo: come poeti, gli uomini se ne distaccano per esplorare l'ignoto, divengono "cosmonauti della psiche" (Alex Trocchi). Gli esploratori, si sa, non sono molti. Il mestiere, se esercitato al di fuori delle piste già contrassegnate, è pericoloso. Eppure vi è sempre chi viene sospinto, per quanta resistenza faccia, lungo tali percorsi: benché non promettano lucro, né ricompense.
Anche di questo aspetto della condizione umana vi è di che scrivere. Gli antichi costruirono splendidi poemi aventi per protagonisti non gli uomini ma ciò che oggi suona grottesco nominare, per i guasti che l'abuso ed il cattivo uso hanno recato alla parola: il Fato. Oggi, forse al termine di un ciclo millenario delle vicende umane, chi scrive è chiamato a scavare dalla nicchia dello spaziotempo un nuovo protagonista.

sabato 3 novembre 2012

Pablo Neruda - Il figlio

Dewdrop 1737 Terenzio Formenti (a cura di)

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