sabato 23 novembre 2013

Felice Serino - Da Un lembo di cielo (2)


Da UN LEMBO DI CIELO (2)


Il mio posto
a David Maria Turoldo

nella tua costruzione
Signore dove
metti il mio tassello

quale
il mio posto:

sia pure
l'ultimo – ma
come Tu disponi:

indelebile
profumerà
per Te il fiore
del mio sangue

*


Il versante lucente

espandermi
su quel versante lucente
perduta armonia
dove poesia era il profumo
del mare
mare aperto

*


Alta Engadina
diario [mentre "mi" scrivo spiando
il mondo da qui tra terra e cielo]

è il caso di dire
un bianco
da ferire gli occhi
la parete del
ghiacciaio
riflettente una luce
quasi
ultraterrena

a bucare la notte
-mentre qui
mi scrivo

*


Condizionale

vivi al condizionale
vorrei farei...
(i segnacci rossi che
portavi a casa
scambiandolo col congiuntivo) -
privilegi il fantasticare
al condizionale
dando forma al sogno
così potrebbe
il fiume
risalire la corrente
camminare
sulle acque
si potrebbe...

*


Chi siamo

caduta la carne
svelati a noi stessi
(resteranno graffi
nel cielo a presenza
d’un vissuto stuprato):

non più un vedere attraverso
uno specchio in enigma
dove l’essere si aprirà
in fiore

*


Il nessun luogo
(leggendo "Predario", di Giorgio Luzzi)

cominciare da qui per un
mondo più prossimo alle
origini -

il nessunluogo
eletto

*


Altra veste

vedermi lontano
io che indosso parole
di carne
e alfabeti di sangue

... altra veste mi attende

*

La ricerca

uscire
dal porto -il cuore in mano-
issare la vela della
passione
dietro lo stridulo
urlo dei gabbiani
tra le vene bluastre del cielo
foriero di tempesta
squarciare
nel giorno stretto
il grande ventre del mare
che geloso nasconde
negli abissi
i suoi figli

*

Il capo reclino

questa spada di damocle dell'
impermanenza che a volte
ti spiazza nel mezzo d'una festa
a strozzare la gioia -
immaginarsi (quale migliore
prospettiva)
fuori dall' "impasse"
attraverso il sogno della morte
il capo reclino sul foglio
graffiato da versi
"congelati"

*

Nessuna strada muore in cul-de-sac

(Condivisione)

sentire
i fiori bisbigliare
col vento
all'unisono
un intonarsi
di voci sole
un respiro
solo -
svolìo di farfalle
sui colori
a inseguire
il fiato del giorno








Poesia di C. A. Amoruso


Sono nato in dialetto di Cataldo A.Amoruso




sono nato in dialetto
e questa notte la mia geografia reclama
voci di mare
parole che piano
alzano chiglie
e tremuli
fanali di lampare
questa notte che il dialetto
più a fondo mi attira
ed è miele d’arancio
e retrogusto di fiele
rima e trine
cielo di timpa e schiuma di marine
e labbra e voci
è questa notte che mi segna
d’amori senza tregua,
vengono dai paesi
processioni senza pace
di formiche armate al sole
questa notte che tu lontana
aggiungi fuoco alla mia gola accesa
e sei parlare fitto fitto
sei onda e onda
e vento ed altro vento
e braccia che non bastano
e promesse che non finiscono
e altri baci e la stretta dalle parti del cuore
e la nuca
e il capo riverso
e gli occhi al cielo a trattenere lacrime e stelle
in questa notte di dialetti
che si perde
in una nuova lingua
mai sentita
di due sole parole trattenute
a stento e brillate
due micce accese
e una promessa
questa notte che dici
ad occhi aperti:
….

[Cataldo Antonio Amoruso]



Senza carta e penna

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sabato 9 novembre 2013

Blas De Otero

BLAS DE OTERO


SERENA VERITA'

C'è un momento, c'è un lampo in rabbia viva,
tra gli abissi dell'essere, squarciati
in cui Dio si fa amore, e il corpo sente
la sua tenera mano come un peso.
Tanto lungo silenzio già soffrimmo,
a tentoni cercammo, tante volte;
d'orrore e vuoto siamo sì coperti
che, tra l'ombra, la Sua presenza brucia.
Grandi dolori, con immensa fame,
ci mangiarono l'ansie; ma nessuno
è come te, di Dio dolore; all'uomo
leone; eterna fame; sete in bilico.
Ma, subito, in un intimo languore,
(un istante interiore, fatto eterno),
nasce l'amore, irrompe, ci solleva,
ci proietta nel cielo, come un mare.
Siamo cibo di luce. Fiamma a un vento
smisurato vibrando in qua e in là,
vento violentemente verticale
tra le fronde d'amore che si schiantano.
..............................................................

Questo fiume che passa sempre e mai,
questa selva ignorata che mi accoglie,
sono, su portentosi abissi, sogni
di Dio: eternità fluente e immota.
Cercai, cercai. Le mani nebbia sanguinano,
portarono in lavine e calvi picchi,
screpolarono, in piaghe d'infinito,
ma ogni cosa fu vana: Tu evadesti.
E odiai la sua presenza. Odiamo, dissi,
l'Imprendibile. Ah si! Ma più feroce
il supplizio. La sete ardeva sola.
Come un'ondata, m'annegasti tu.
Fiamma in furore fui. Di luce cibo,
vento d'amore che, violentemente,
schiantava i rami e li portava in alto,
sì, li portava in alto, nel tuo cielo.
Là, a uno spiro di zefiro oscillando,
in finissima luce e in acque d'oro,
godon la pace, sembra che ti guardino,
serena Verità, coi miei due occhi.






Poesie di Antonia Pozzi in "Parole"


Antonia Pozzi 

Bellezza 


Ti do me stessa,

... le mie notti insonni,

i lunghi sorsi

di cielo e stelle – bevuti

sulle montagne,

la brezza dei mari percorsi

verso albe remote.



Ti do me stessa,

il sole vergine dei miei mattini

su favolose rive

tra superstiti colonne

e ulivi e spighe.



Ti do me stessa,

i meriggi

sul ciglio delle cascate,

i tramonti

ai piedi delle statue, sulle colline,

fra tronchi di cipressi animati

di nidi –



E tu accogli la mia meraviglia

di creatura,

il mio tremito di stelo

vivo nel cerchio

degli orizzonti,

piegato al vento

limpido – della bellezza:

e tu lascia ch'io guardi questi occhi

che Dio ti ha dati,

così densi di cielo –

profondi come secoli di luce

inabissati al di là

delle vette –



4 dicembre 1934

*


Pausa 


Mi pareva che questa giornata

senza te

dovesse essere inquieta,

oscura. Invece è colma

di una strana dolcezza, che s'allarga

attraverso le ore –

forse com'è la terra

dopo uno scroscio,

che resta sola nel silenzio a bersi

l'acqua caduta

e a poco a poco

nelle più fonde vene se ne sente

penetrata.



La gioia che ieri fu angoscia,

tempesta –

ora ritorna a brevi

tonfi sul cuore,

come un mare placato:

al mite sole riapparso brillano,

candidi doni,

le conchiglie che l'onda

lasciò sul lido.



7 dicembre 1934

*


L'àncora 


Sono rimasta sola nella notte:

ho sul volto il sapore del tuo pianto,

intorno alla persona

il silenzio – che sul tonfo

della porta richiusa, a larghi cerchi

si riappiana.



Lenta nell'acqua oscura

del cuore –

lenta e sicura,

tra le alghe profonde

gli echi delle tempeste le lunghe correnti

le molli ghirlande di onde

intorno a inabissati

scogli –



lenta e sicura,

fino alle sabbie segrete giacenti

sul fondo dell'essere –

fida tenace, con i suoi tre bracci

lucenti

penetra l'àncora

delle tue tre parole:

– Tu aspetta me –.


16 dicembre 1934


*

“PERIFERIA IN APRILE”


Intorno aiole
dove ragazzo t’affannavi al calcio:
ed or fra cocci
s’apron fiori terrosi al secco fiato
dei muri a primavera.
Ma nella voce e nello sguardo
hai acqua,
tu profonda frescura, radicata
oltre le zolle e le stagioni, in quella
che ancor resta alle cime
umida neve:
così correndo in ogni vena
e dici
ancora quella strada remotissima
ed il vento
leggero sopra enormi
baratri azzurri.

(24 aprile 1937)

*


Secondo amore 


Piansi bambina, per un mondo

più grande del mio cuore,

dentro il mio cuore

rinchiuso – morto;

piansi con occhi giovani,

penosamente arsi arrossati –

e sola vicina alla terra

domandavo agli oggetti muti,

alle radici dei fiori divelti,

alle ali degli insetti caduti,

il perché

del morire.



Mi rispondeva la terra, fedele,

prima ancora che fosse

primavera colma,

da anni e secoli – sotto un arbusto

con una pallida primula

rifiorita.

E in essa era la linfa,

era il respiro – di tutte

le primavere perdute,

in ogni fiore vivo la bellezza

degli innumeri fiori

spenti.



Oh grazia – ora dico –

del secondo amore,

giovinezza profonda intessuta

di vinte vecchiezze, di esistenze percorse –

– ed ogni esistenza, una ricchezza

conquisa, ogni pianto deterso

un sorriso più lungo imparato,

ogni percossa, una carezza più lieve

che si vorrebbe donare –

oh benedetto il mio pianto

– ora dico –

benedetti i miei occhi

di bimba, arrossati riarsi –

benedetto il soffrire, il morire

di tutti i mondi che portai nel cuore –

se dalla morte si rinasce

un giorno,

se dalla morte io rinasco

oggi – per te,

me stessa offrendo

alle tue mani – come

una corolla

di dissepolte vite.



4 dicembre 1934


*

NEVAI

Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce –
Traversai laghi morti – ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere –
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite –
Io sognai nella neve di un’immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m’avvampava nel sangue –

1 febbraio 1934
In “Parole”.

*

Disquisizione sulla Mente

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