sabato 26 aprile 2014

Stefano Romano, "L'imbonitore" [Germano Mandrillo]

AA. VV. da LaRecherche



LAUS CREATURARUM (5) 

Alfonso Lentini 


il mio nome è immigrato
il mio nome è ferita
è gheriglio di noce
permanenza, il mio nome
è cancello chiodato
tengo un capo del filo
l’altro è in mano a un soldato
sono senza ragioni
mi concedo al futuro
come un campo incendiato
sono azoto disperso
sono sabbia e paura
il mio nome è figura
il mio nome è universo

[ Poesia n. 5 pubblicata ne Il morso delle cose,
sezione Laus Creaturarum, LaRecherche.it, eBook n. 97, 2012 ]

da www.larecherche.it




SCRIVERE PER LE FORMICHE 

Caterina Bigazzi 


Poi si fa fessura dalla quale
sa spiarci oltre la porta,
scrivere la luce che ci piace.
Un graffito rituale è il mio respiro,
insetto a caccia nella pietra.
E in fila sugli alberi tronchi
mi sgrano, mi sveno, e ci provo.
In cumuli di sabbia mi rapprendo.
Ma subito prevale la compattezza
della terra, il dovere di sostare.
Si ricompone la roccia, e la polvere
si lascia faro bugiardo alla fame,
compagno ai passi delle formiche
che raccolgono, che mi raccolgono
fino al prossimo tremare
d’un senso nel cuore del vuoto,
nel bisogno ancestrale della tana.
Scrivere, o del mondo accarezzare aperta
la frattura, cancellarsi l’ombra, il profilo
e poi correre non visti, tra le zolle.
L’assurdo non è l’ondularsi
al ripensare della mano,
né sorpresa sono le briciole
troppo pesanti, e il sole contro.
È folle seminare e darsi in pasto
se la neve col suo aratro ti ricopre.
Ma c’è ancora sale, c’è ancora
chi d’inverno si ciba di parole.

da www.larecherche.it
 


LA STRADA 

Rossella Cerniglia 


Passo e la strada non è che
la contemplazione della strada
in me che passo. È triste l’ora
che cupa nel cielo risplende.
La strada per me sola si allunga
sui miri passi: il passato è la strada
alle mie spalle, il futuro, di là
dal mobile orizzonte, strada è
da venire. Un deserto è la strada:
nuvole nere e basse, infuocate
di dolore. La mia strada è sola
con me che passo. I suoi rumori
cosmici sono silenzio udibile
del supremo, dell’ultimo silenzio:
così inquietante e pregno
invade l’ora. E mentre passo
è fermo il mondo nella visione
del passare in me che passo.
In questa oscurità, tuonante
di silenzi, il mio passare passa
senza promesse e di sé vive
e di tutti i suoi passi.
Ma dove porta questo immenso
andare, lo sconfinato notturno
del cuore che passa sulla strada
in me che passo. È triste l’ora
che cupa nel cielo risplende.
La strada per me sola si allunga
sui miri passi: il passato è la strada
alle mie spalle, il futuro, di là
dal mobile orizzonte, strada è
da venire. Un deserto è la strada:
nuvole nere e basse, infuocate
di dolore. La mia strada è sola
con me che passo. I suoi rumori
cosmici sono silenzio udibile
del supremo, dell’ultimo silenzio:
così inquietante e pregno
invade l’ora. E mentre passo
è fermo il mondo nella visione
del passare in me che passo.
In questa oscurità, tuonante
di silenzi, il mio passare passa
senza promesse e di sé vive
e di tutti i suoi passi.
Ma dove porta questo immenso
andare, lo sconfinato notturno
del cuore che passa sulla strada

da www.larecherche.it




IL PRESENTE 

Ninnj Di Stefano Busà 


Poi ti accorgi che il passato
è un sogno sfumato e ti segna
il silenzio, o appena il conforto
del sole. Nulla è più indifeso del giorno
che avanza senza codici certi,
senza risposte o verità.
Il viaggio ha stazioni d’attesa,
una religione di parole che non trovi,
regole sfuggite all’occasione
che più non tiene, si sfalda.
Il presente è un osso spolpato,
una preghiera senza dio, ha zone d’ombra
che l’umano fatalmente ignora.
Se torna di soppiatto plana sui tetti,
ti nutre di passioni,
si arrocca alla sua brevità, alla nudità.


da www.larecherche.it




PASOLINI IN GREMBO 

Davide Gariti 


Cosa sono adesso le forme del pensiero
se riconoscendoti in esso sei morto
al digiuno di un’ombra, e nel disprezzo
della classe borghese innestato
come veleno e siero?

Al ricordo darai un seguito
a chi lo tiene stretto in grembo,
nelle tue parole e prose

Un giorno qualunque sei sceso
sulle spiagge di Ostia,
piangevi per il mondo,
adoravi la vita.


da www.larecherche.it



I COLORI DEL CIELO A BIRKENAU 

Lino Lista 


Non c’è più luce negli occhi di Sara,
giace nelle pupille
distese sui vetrini
nella baracca trenta a Birkenau,
le studiano gli allievi di Mengele.

Pietà.
Non dite i colori del cielo,
è troppo scuro il fumo
che s’alza in nembi dalle ciminiere
e sporca il blu coi grigi,
non ditele mai “manna”
non ditele mai “neve”,
quella che piove a Birkenau è cenere,
polvere bianca che ricopre il campo,
che si solleva ad ogni passo d’oca,
e Sara sa che cosa la produce,
Sara conosce a Birkenau che brucia
nella speranza che diventi colla
in gola e sulle labbra della Storia.
Non dite “Altrove, domani è più bello,
l’oriente già s’indora
e porterà il mattino l’oro in bocca”,
un’alba, Sara sa, sorge e tramonta;
non ditele mai “sole”

non ditele mai “raggi”

Sara conosce i runici gioielli,
le svastiche vendute nei mercati
dei denti, dei capelli e dell’usato.


Non c’è più luce negli occhi di Sara,
erano gocce azzurre
diversamente chiare,
nella baracca trenta a Birkenau
la specie si degrada con gli studi.


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LA BELLEZZA DEL MONDO 

Roberto Maggiani 


Dio è sulle cime degli alberi –
solo come le particelle di vento –
appartiene metà alla terra
metà al cielo.

Un solo Dio – solo
fino all’urlo della croce –
a tal punto silenzioso


che ci sentiamo soli
fino all’abbandono.


Si sappia però che il suo esserci
è certo
nella terra e nel cielo
negli spiriti infiammati d’amore.


Un Dio bello che si chiama Amore
e la sua bellezza
è la bellezza del mondo.


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SU DIO SI INFRANGONO LE MENTI MIGLIORI 

Lorenzo Mullon 


Su Dio si infrangono le menti migliori
e ritornano indietro
come onde
in un gioco di specchi.
Noi osserviamo da una trincea di vento
in mezzo
agli universi
che si riflettono

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IL LUME ACCESO 
Eugenio Nastasi 

Il lume acceso non sembra una stella
dai camini fumano sterpi appena colti
mani frettolose saggiano il calore

per non piegarmi ad altra liturgia
seguo l’occhio degli alberi
che guarda fisso il cielo
separando le chiome ad ogni riflesso
di luna in controluce

nell’angoscia di chi senz’odore di casa
sente svanire una preghiera
leggo alfabeti da seminare
come profeta che cammini


da solo tra gente che non ricorda
ciò che toccava


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DENTRO, FUORI

Guglielmo Peralta


Io canto il cielo invisibile
che con intima voce
canta. «Dentro»,
ove s’annida l’implume
parola, è il mito della nascita.
«Fuori», nella falsa luce,
si aliena l’infinito. Ma
rotonda è la visione
che lo s-guardo assapora
nel giardino soale
dove coi sogni vola
la rondine sonora.

Io canto la pura dimora,
la scena segreta che s’apre
allo spettacolo. «Dentro»,
dove crescono i frutti,
si rinnova il miracolo.
«Fuori», nell’uso quotidiano,
marcisce la rosa. Ma
DENTRO, FUORI sempreverde è la notte
dal candido calice,
dove sbocciano le stelle
Io canto il cielo invisibile per incanto,
che con intima voce dove fiorisce l’albero
canta. «Dentro», dal fertile respiro del vero.


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INCAVO 

Luciana Riommi Baldaccini



ti ho già sputato in faccia un grido
e mi ha riempito di terrore l’aria
_ l’angoscia d’esser qui
io che ero altrove: se non mi tieni cado _
e sulla pelle si fa già spessore
forma-di-me aderisce
al desiderio folle


di prenderti le mani
e modellarmi al cavo delle braccia
grembo dove la fame succhia
e mi rimette al mondo
se già qualcuno mi chiamò per nome


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YUKO MI HA REGALATO UN CIGNO 

Meth Sambiase 


Yuko mi ha regalato un cigno
rosa, con ali di punta
e un rigido collo di carta.
Per la lunga vita,
-mi ha detto-
che ti porti lontano lontano
e ti faccia planare su ogni mare,
e con un sorriso di bimba
ho aperto le vele
al mio nuovo compagno di viaggio.
Insieme, respireremo la polvere dell’aria
verso i sentieri della progenie d’aprile
nel buio luminoso della costellazione della Spiga,
vireremo nei mari della tranquillità,
l’altra faccia della Luna di primavera,
sopra i ghiacci polari,
fra i pinguini che preparano
filtri d’amore per foche riottose.
Sotto le nuvole, appariranno usignoli stonati
che dai pensieri d’amore
fanno la legge degli amanti,
e alla fine degli orizzonti,
ci riporteranno a casa
le minacciose sfere nere della pioggia
perché gli origami di Yuko non possono bagnarsi.


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MONTESACRO 

Maurizio Soldini 


a Giovanni Giudici


Se dovessi rinascere vorrei ancora
respirare la stessa aria di allora
nello stesso posto sul tavolo di marmo
della cucina tra bacinelle d’acqua calda.

Non ricordo quei momenti perché non posso
ma la memoria era negli occhi di mia madre
quando lo raccontava e mi sono nutrito
delle sue parole allo stesso modo del latte.

Ogni volta era una peripezia maieutica
per estrarre il coniglio dal cilindro
ma il forcipe alla fine girava ad effetto
solo un piccolo segno sulla fronte sarebbe rimasto.

Vorrei ancora scalciare in quel cortile polveroso
al confine del paradiso della città giardino

e riprendermi lacrime e sbucciature di ginocchia
dietro biglie colorate tirate a ghilonfa.

Se mi chiedessero dov’è l’origine del canto
non esiterei a rispondere i verdi campi
attorno a Montesacro e al Tufello
dove ben altri scoprirono poesia.

Lì sono nato proprio in quella via
alla periferia di una città felice
di un sorriso e di un abbraccio
e i soldi non erano il coraggio.

Ci nutrivamo di affetto e di canzoni
un libro sotto il braccio e poi la radio
una cartella un diario qualche cambiale
e Montesacro fu un segno di vita.


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DIALOGHI 

Antonio Spagnuolo 


Desidero tornare a quella dolce malinconia
che ci accompagnava per i viali,
tra rami e ciottoli, tra le erbe aromatiche
ed il muschio, nell’umido rincorrersi.
Simile a quello che un tempo era il procedere
del destino, per scommettere qualche fantasia,
che circondi gli spazi della oltraggiosa passione,
per non tenerla in agguato come un presentimento
insonne sul corrodersi del tempo.
Chiedo un salmo che colmi il cuore,
una voce che tuoni profezie
e appaghi la tortura dell’ira.
Il dialogo che Dio non concesse
nel migrare di ore ventose,
nelle infinite pagine bianche
tramutate in un buffo risuonare dell’eco.
Oggi la luce delle tue pupille non è più capace
di giocare,
trasformando le nuvole in figure clandestine,
descritte come antiche pergamene.
Incorruttibili i capelli, nell’ora che cade,
vagheggiano sospetti e bagliori,
per tentare quella ebbrezza che non torna,
che rimpiangi per scomporre presenze,
per inseguire mordendo gli umori del destino.


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Poesia di Joumana Haddad




Joumana Haddad


Quando diventai un frutto 


Femmina e maschio fui concepita all'ombra della luna
ma Adamo fu sacrificato alla mia nascita,
immolato ai mercenari della notte.
E per colmare il vuoto della mia altra essenza
mia madre mi ha lavato con acqua torbida
mi condusse sul pendio di ogni montagna
e al vortice delle domande mi consegnò.
Mi consacrò all'Eva della vertigine
e mi impastò con il buio e la luce
affinché diventassi donna-bersaglio e donna-freccia
trafitta e gloriosa
angelo dei piaceri senza nome.

Straniera crebbi e mai nessuno poté mietere il mio grano.
Disegnai la mia vita su una pagina bianca
mela che nessun albero aveva partorito
poi la ritagliai e ne uscii
una parte di me vestita di rosso, un'altra parte di bianco.
Non ero solo dentro o fuori del tempo
perché ebbi origine nelle due foreste
e mi ricordai prima di nascere
di essere una moltitudine di corpi
di avere dormito a lungo
di avere vissuto a lungo
e quando diventai un frutto
seppi quel che mi attendeva.

Ho chiesto ai maghi di prendersi cura di me
allora mi hanno presa.
Ero
la mia risata
dolce.
La mia nudità
azzurra.
E il mio peccato
timido.
Mi libravo sulle ali di un uccello
e di notte diventavo un guanciale.
Rivestirono il mio corpo di talismani
e spalmarono il mio cuore con il miele della follia.
Custodirono i miei tesori e i ladri dei miei tesori
mi portarono silenzi e racconti
e mi prepararono a vivere senza radici.

Da quel momento sono in cammino.
Indosso una nuvola ogni notte e viaggio.
Solo io mi dico addio
e solo io mi accolgo.
Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola
in amore non getto l'ancora in nessun porto.
Di notte lascio gran parte di me stessa
poi mi ritrovo e mi abbraccio appassionatamente al ritorno.
Gemella del flusso e del riflusso
dell'onda e della sabbia
dell'astinenza della luna e dei suoi vizi
dell'amore
e della morte dell'amore.
Di giorno
la mia risata appartiene agli altri, ma la mia cena segreta
mi appartiene.
Chi comprende il mio ritmo mi conosce mi segue
ma mai mi raggiunge.

Joumana Haddad

(Traduzione di Valentina Colombo)

Mio sangue alato

Mio sangue alato

sabato 12 aprile 2014

Stefano Romano, "Inestricabile". [Germano Mandrillo]

Da FRAMMENTI DI LUCE INDIVISA (2)

FELICE SERINO

Da: FRAMMENTI DI LUCE INDIVISA # 2




Una spalla di luce

non ricusare mi dice
questa spalla di luce
e se ho lasciato
che ti perdessi è perché
dal tuo fondo mi tendessi le mani

non sia tu di quelli
"che non si voltano" e hanno
fumosa aureola
appoggiati alla
spalla di luce che
è l'Io sono

*



Cerchi sull'acqua

sospensione lucente

petali vellutati fanno
cerchi sull'acqua

si staccano voli
dal tramonto

*



Nell'aria vegetale

si aprì il mattino azzurro
nell'aria vegetale
come un mare nel seno del cielo
e da una costola
per lui Egli la plasmò
dalle sinuose forme
a far tondi gli occhi vogliosi
d'un amore tendente alle
stelle

*



Più d'una vita

l'insistente
mostro della mente
e l'embolo d'ombre
e quanta
morte in questa vita
più d'una
a far nascere
ali
dove sanguina
la trasparenza

*



Il preesistere

[ripresa da una poesia datata]

e tu a chiederti il perché
dell'effimera bellezza del fiore o
della breve luce che vive la
farfalla

e del preesistere
d'ogni singola specie non dici
che si sa nominata
e trasfigurata è oltre
quell'orizzonte dove
continuano
il mare i gabbiani nel fondo degli occhi

*



Ulissidi

[ripresa da una poesia del 2011]

veleggiare verso lidi
dell'Origine
impastati di luce
alchemica
in fondo agli occhi
aperti mari
dei sensi

*



Far posto all'angelo

dev'esserci forse un angelo
alla mia sinistra
e sì che per natura
non sopporto nessuno da quel lato
camminando per strada
che non sia una benefica presenza

chi mi accompagna nella luce
declinante degli anni
non sa di dover fare
posto all'angelo

che provvido
mi aiuti a scalzare
ogni giorno la morte

*



Quei versi persi

[nel percorso col bus verso Brescello]

poi di ritorno a sera
carta e penna o se vuoi tastiera
il bianco che ti fissa
e ti ci perdi
un muro
la mente un muro
provi con un verso
impreciso poi un altro
ma no non era così
che l'avevi pensata
eppure ce l'avevi tutta lì
come una cantilena tra veglia e
sonno negli occhi la confusa
striscia bianca sulla destra
ed eri in uno stato di
tortura-goduria
trattenendoli ancora quei versi
ma ora niente
un muro la mente
risucchiati da un buco nero

*



Borderline

[ispirata a un'altra mia poesia a tema sociale]

la tua carne dolorante
tu crocifisso alla
sopravvivenza
non un tetto un letto d'amore
i figli
sconosciuti
cieli caduti nel fondo degli occhi
ti perdi
tra i rifiuti dove
sembri cercare brandelli
di quella vita che ti ha tradito

*



Cieli bianchi

cadute virgole
dalle pagine dei giorni
come un assordare di cristalli

poi brividio
di luna nel cerchio delle sere
cieli bianchi di silenzi

a propiziare un appiglio
per reinventarsi
la vita


(C) Felice Serino












Giorgio Seferis

Giorgio Seferis

Una parola sull’estate

 

Siamo tornati all'autunno. L'estate
come un quaderno di cui siamo stanchi
rimane piena di cancellature
di schizzi astratti a margine, di punti di domanda.
Siamo tornati all'epoca degli occhi che rimirano
nello specchio alla luce artificiale,
serrate labbra, estranei gli uomini
nelle vie nelle stanze sotto gli alberi di pepe
mentre i fari delle automobili uccidono
migliaia di maschere pallide.
Siamo tornati: partiamo sempre per tornare
al deserto, un pugno di terra nelle palme vuote.

Pure, ho amato una volta il Boulevard Singròs,
duplice ondeggiamento, come di culla, della grande strada
che ci lasciava prodigiosamente al mare
perenne, per lavarci dei peccati;
ho amato sconosciuti
incontrati d'un tratto al trapasso del giorno,
monologanti come capitani d'un'armatura sommersa,
segni che il mondo è grande.
Pure, ho amato le strade di qui, queste colonne;
anche se nacqui all'altra sponda, accanto
a giunchi e canne,
isole dove l'acqua sgorgava nella sabbia a dissetare
il vogatore, anche se nacqui accanto al mare
che dipano e sdipano
fra le mie dita quando sono stanco -
non so più dove nacqui.

Rimane ancora il giallo stillicidio, l'estate:
le tue mani che sfiorano meduse sopra l'acqua,
i tuoi occhi svelati all'improvviso, i primi
occhi del mondo, e le grotte marine,
i piedi nudi sulla terra rossa.
Rimane ancora il biondo efebo impietrato, l'estate:
un po' di sale asciutto nel cavo d'uno scoglio
un po’ d'aghi di pino dopo la pioggia, sparsi
e rossi come reti sbrindellate.

Non li capisco questi visi, non li capisco:
imitano la morte e poi di nuovo
brillano con la vita umile d'una lucciola
con uno sforzo limitato, disperato
serrato fra due rughe,
fra due tavolini di caffè pieni di macchie,
s'uccidono, s'estenuano
e come francobolli incollano sul vetro
visi d'un'altra razza.

Abbiamo camminato insieme, abbiamo spartito il pane e il sonno
e provato la stessa fitta d'amaro del distacco,
abbiamo edificato con le pietre che avevamo le case,
siamo saliti a bordo, siamo stati esuli e reduci,
abbiamo ritrovato le donne ad aspettare,
ci hanno riconosciuto a stento, più nessuno ci conosce.
I miei compagni hanno portato le statue, hanno portato
le nude sedie vuote dell'autunno, i compagni
hanno ammazzato i loro visi: non li capisco.
Rimane ancora il giallo deserto, l’estate:
onde di sabbia in fuga fino all'ultimo cerchio,
un ritmo di tamburo implacato, sconfinato,
occhi di fuoco naufraghi nel sole,
mani con gesti d'uccelli che incidono il cielo
e salutano file di morti sull'attenti,
mani perse in un punto che non domino e mi vince:
le tue mani sfioranti l'onda libera.


(1936)

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da "Quaderno d’esercizi, 1940: Schizzi per un'estate"

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