sabato 24 maggio 2014

Nellindaco cielo del sogno di Felice Serino (Fantasia)

Nellindaco cielo del sogno di Felice Serino (Fantasia)

Giuseppe Ungaretti: I miei fiumi

Recensione di R. Piazza


Felice Serino – Frammenti di luce indivisa – 2014

         Con Frammenti di luce indivisa Felice Serino ritrova la sua piena maturità espressiva, giungendo ad una grande originalità, confermando la sua cifra inconfondibile, già presente nelle raccolte precedenti.
         L’autore si può definire un poeta mistico calato nella  contemporaneità, che si esprime tramite una scrittura che potrebbe accostarsi senz’altro a quella di David Maria Turoldo per i contenuti ma non per la forma.
Il pathos, sotteso al poiein del nostro, si basa sulla semplice constatazione della presenza della vita, nella quale, in quanto esseri umani siamo immersi, nell’esserci sotto specie umana, che porta l’io-poetante a riflettere sui temi della vita stessa e della morte.
In tale senso si svela il senso della scrittura, in questo testo non scandito, che, per la sua unitarietà, potrebbe essere definito un poemetto.
Di poesia in poesia Serino attraversa molte sfaccettature della condizione della persona calata nel quotidiano di ogni giorno, teso sempre verso una prospettiva trascendente.
Il Dio descritto da Serino è pienamente immanente e pervade l’essenza stessa dell’io poetante.
C’è quasi un rapporto confidenziale tra l’autore e Dio, un pieno abbandono del primo nel secondo.
C’è un tu al quale il poeta si rivolge e dal quale cerca di ritrovare gioia, forza, luce e conforto per affrontare il mare magnum della vita.
I componimenti sono spesso brevi, a volte più lunghi e divisi in strofe.
Quasi tutte le poesie sono concentratissime e icastiche e risolte in un unico respiro.
Alta è l’eleganza formale di ogni singolo componimento e tutti i testi sono ben risolti.    
Frequente è l’aggettivazione che crea effetti sfumati e tutte le poesie iniziano con la lettera minuscola, elemento che ne accentua un’arcana provenienza con una consistente dose di ipersegno.
Altro tema è quello di un naturalismo rarefatto e uno degli argomenti trattati dall’autore è quello della gioia di vivere per azzerare la depressione e, ovviamente, è la scrittura che riflette su se stessa il migliore antidoto alla malinconia e al dolore.
Ogni pagina è illustrata con immagini di piume, come di angeli, per accrescere l’ansia e l’anelito mistico che trapela dai componimenti.
Si tratta di un tipo di poesia, che scavando in profondità rende bene la tensione ontologica.
Vengono detti angeli e santi (ad esempio S. Agostino) e si stemperano a volte i versi in un erotismo mistico.
E’ espresso il ciclo della vita (infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia).
Il dettato è chiaro, nitido, luminoso e levigato e c’è un forte senso etico.
Si percepisce una forma di creaturalità dell’io poetante, nel suo tendere a diventare persona e i sintagmi sono scattanti e procedono spesso in lunga ed ininterrotta sequenza.
Il componimento iniziale, Docile alle tue mani, ha un carattere programmatico e l’interlocutore è Dio, descritto come salvifico e amico dell’uomo.
Si può dire che corporeità, carne, materia si fanno verbo e così sgorgano i versi, che possono essere letti anche come preghiere molto sentite e accorate.
Altre volte il poeta si ripiega su se stesso nel suo solipsismo, con un profondo scavo nell’interiorità e le poesie sono connotate da densità metaforica e sinestesica.
Un esercizio di conoscenza, quello di Felice Serino con queste poesie alte, che sono un inno alla speranza dell’ uomo,  che, se anche è una canna al vento è una canna pensante (e il pensiero stesso si invera nei versi).

Raffaele Piazza
   





Poesia segnalata



POESIA SEGNALATA AL PREMIO
DI POESIA BIAGINO CASCI

PAESEPOESIA 2013
ottava edizione
Belvedere Ostrense (An)


PAROLE


mi chiamano dal fondo

parole

dove il sangue ondeggia

mi guardano
ancora senza carne

parole nate

con quel vuoto
d’un arto amputato

(orfanezza di non essere
intere mai)

ricercate per una

metafora felice

Felice Serino

*

Cerchiamo sempre parole che svelino l'intima dimensione di noi stessi, ma è solo quando siamo così fortemente lanciati verso la vita (come centometristi, o aerei in via di decollo) che la parola prende l'iniziativa e viene a trovarci. Lei, in quegli spiriti ubriachi ribolle, guarda e si fa guardare-prendere-catturare. Occhi la parola che, per animarsi, muoversi, bisognano degli arti del tempo, del suono e dello spazio, bisognano del legame con  altre sue simili e confidenti, bisognano di giunture, di organi fattisi carne e respiro. L'insoddisfazione di Felice è quella di tutti i poeti: imperfezione e incompiutezza: inevitabili porte che un po' fanno entrare e un po' sbattono in faccia al vento creativo.

Nuova poesia

Nuova poesia

sabato 10 maggio 2014

Salvatore Quasimodo - Alle fronde dei salici_recitata dallo stesso poeta

Da FRAMMENTI DI LUCE INDIVISA (3)

FELICE SERINO

Da: FRAMMENTI DI LUCE INDIVISA # 3



Mio sangue alato


tu come un’esplosione
all'aprirsi del fiore

vita: mio sangue alato

ah sentirmi avvolgere
nel risucchio del vuoto
tuo affamato

*


Nuvole vaghe

le nuvole vaghe a guisa di pegaso
o capra e in pacato risveglio
il sangue del tuo ieri connesso
alla vista del bimbo nel levarsi
dei piccioni in volo davanti
ai gridolini acuti e
più a lato
della piazza il vecchio
in carrozzina
tornato bambino a ricordarti
l'esistere parabola
di carne
nel pulsare dell'universo
e il conto degli anni
i voli pindarici del
sognare

*


Cieli indivisi

i voli pindarici e
come in sogno il passato
divenuto memoria di voci
impalpabili essenze
residenti in un altrove
di cieli indivisi

*


Vita di mare

stare circoscritto
nel tuo spazio ti sta stretto
assumere come l'acqua
la forma
del suo recipiente ti deprime
aneli come la sorgente
alla sua foce
amalgamarti coi fondali marini
conoscere
l'alfabeto dei pesci
gli anfratti i fatti
del giorno dispute e amori
coordinate d'una
vita di mare in divenire
le tempeste che tengano
l'anima tesa sul grido
come achab

*


La tua stagione
(a Rimbaud)

in echi d'inchiostro
verde virgulto tu
esploderai

vergini pensieri
incolli nel tuo cielo
ispirati a scandire
la tua stagione
età dell'oro e
"maledetta"

*


Non mandate a chiamare
[rifacimento di una poesia del 2012]

quando il mondo continuerà
dopo di me

non mandate a chiamare prefiche
che versino lacrime sul
contenitore del corpo-contenitore

e a chi vi dirà lui non c'è più
fategli pure uno sberleffo
com'è giusto che sia

*


Il tuo detrattore

come a dire quello
del "tu pensa per te"
l'alterego che
va col lupo seguendo
la pista del sangue
lo stesso che ti seduce e
lo sguardo svia dagli occhi
forti della luce

*


Il tuo detrattore 2

quello che
in un buffo di vento
fa orfano di stelle
il tuo cielo

dimora dell'angelo
compassionevole

*


Luce annoda

luce annoda le voci
nell'aria liquida
fuoco delle attese
dove
anime si cercano

-un fiume d'echi

*


Simile alla vita

simile alla vita il morire
mi dici
naturale ma strano se ci pensi
vi si entra con uno schiaffo e
se ne esce con una
manata di terra

con un io ridimensionato
m'immagino di sparire
come chi in sogno segua
una successione di stanze
allora uccelli vedrei uscirmi
dalla testa
nel becco i versi d'una vita





11 Poesie di Antonia Pozzi

POESIE DI ANTONIA POZZI


Abbandono



Tronco reciso di betulla

giaci

in un solco:

a rosse onde declina

il tramonto pei cieli.



E sopra te le nubi

sandali d'oro calzano nel vento

per raggiungere

i fiumi.



Tu stai – bambino desto

nella tua culla

di terra:

mentre a un acceso volgere di mondi

con bianchi occhi s'incanta

la tua immobilità.


16 febbraio 1935


*


Stanchezza


Svenata di sogni

ti desti:

ti è pallida coltre

il cielo mattinale.



Come a un mortale

pericolo scampata,

con gesto umile – i gridi

delle campane scosti:



debolmente,

preghi nel poco sole

un silenzio.

*


“VANEGGIAMENTI”

(ad A. M. C.)

Io l’ho veduto, allora. Tu suonavi
il tuo violino, con la testa bassa:
le ciglia ti segnavano sul viso
due strisce d’ombra. Io vibravo, forse,
insieme con le corde, nei singhiozzi
che l’anima imprimeva alla tua mano
e t’incontravo al sommo delle dita.
O forse ti giocavo sui capelli
insieme con la brezza acre del mare.
Forse m’illanguidivo nei racemi
molli e compatti delle violeciocche.
E un giorno riponesti le tue musiche;
riponesti, piangendo, il tuo strumento:
la Morte te lo avea fasciato stretto
coi suoi velluti neri. Io t’ho veduto,
fratello, allora. Ma non so dov’ero.
Forse ero solo un ramo crasso ed irto
di fico d’India, dietro un vecchio muro.

*



MERIGGIO

In questa doratura di sole
io sono
una gemma pelosa
legata crudelmente con un filo di refe
perché non possa sbocciare
a bagnarsi di luce.
Accanto a me tu sei
una freschezza riposante d’erba
in cui vorrei affondare
perdutamente
per sfrangiarmi anch’io
in un ebbro ciuffo di verde –
per gettare in radici sottili
il mio più acuto spasimo
ed immedesimarmi con la terra

(19 aprile 1929)

*


Nel duomo


Sospingo una delle grevi porte

e mi cade alle spalle

la furia del meriggio ventoso.

A lenti passi m'inoltro,

bevendo l'ombra improvvisa

in lunghi battiti

delle palpebre stanche:

suonano i passi come morte cose

scagliate dentro un'acqua tranquilla

che in tremulo affanno rifletta

da riva a riva

l'eco cupa del tonfo.

Remiga la tristezza ad ancorarsi

in golfi arcani

d'oscurità profonde;

remiga per un mare favoloso,

ove sono i pilastri

tronchi d'una subacquea pineta,

viva e fitta così

per lontananze senza confine...



Brucia nella tenebra

una lucente siepe di ceri:

gli occhi vi si fissano

subitamente

e l'anima discende

dalle sperdute immensità

chiudendosi

in un nodo di fiamme.

Dinnanzi alla tremante fioritura

che chissà qual divino alito

inclina

verso il sorriso di un'antica madonna,

è immoto un bimbo.

Guarda, il piccolo, assorto,

e certo vede

nella cappella accesa

uno stupendo albero di Natale,

a cui siano fronde

le diafane dita dei ceri.

Certo sogna, il bambino,

che sian tutti balocchi

i rozzi vetri sanguigni

in cui esita un pallido lume...

Gli sbocca nei grandi occhi intenti

la piccola vita

e tutta si allarga

nella celeste immensità del sogno.

Sfocia così il tumulto

d'ogni mio male

nel riposo di un'estasi

senza confine

e l'anima ritrova la sua pace,

come un folle balzo di acque

che si plachi, incontrando

la suprema quiete del mare.


Milano, 3 marzo 1931

*



“DESIDERIO DI COSE LEGGERE”



Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste
e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –
Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –
Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –

[1 febbraio 1934]

*



Vicenda d'acque

La mia vita era come una cascata
inarcata nel vuoto;
la mia vita era tutta incoronata
di schiumate e di spruzzi.
Gridava la follia d’inabissarsi
in profondità cieca;
rombava la tortura di donarsi,
in veemente canto,
in offerta ruggente,
al vorace mistero del silenzio.

Ed ora la mia vita è come un lago
scavato nella roccia;
l’urlo della caduta è solo un vago
mormorio, dal profondo.
Oh, lascia ch’io m’allarghi in blandi cerchi
di glauca dolcezza:
lascia ch’io mi riposi dei soverchi
balzi e ch’io taccia, infine:
poi che una culla e un’eco
ho trovate nel vuoto e nel silenzio.

Milano, 28 novembre 1929

*


Radici


Gronda di neve disciolta

la casa. Trasale
...
l'anima al tonfo delle gocce fitte.



Così sfacendosi

dolorano le cose.



Ma lontano,

oltre i veli del sole e gli insicuri riflessi,

oltre il trascolorare delle ore,

vive un esiguo mondo

d'erba e di terra.



Radici

profonde nel grembo di un monte

a Primavera votate

si celano.



E conosco

io sola

il nome d'ogni fiore

che fiorirà,

la luce ed il pezzo di zolla

in cui prima riappaia la tenera

esistenza delle foglie.



Radici

profonde nel grembo di un monte

conservano un sepolto segreto

di origini –

e quello per cui mi riapro

stelo

di pallide certezze.


15 febbraio 1935

*


IL VOLTO NUOVO

Che un giorno io avessi
un riso
di primavera – è certo;
e non soltanto lo vedevi tu, lo specchiavi
nella tua gioia:
anch’io, senza vederlo, sentivo
quel riso mio
come un lume caldo
sul volto.
Poi fu la notte
e mi toccò esser fuori
nella bufera:
il lume del mio riso
morì.
Mi trovò l’alba
come una lampada spenta:
stupirono le cose
scoprendo
in mezzo a loro
il mio volto freddato.
Mi vollero donare
un volto nuovo.
Come davanti a un quadro di chiesa
che è stato mutato
nessuna vecchia più vuole
inginocchiarsi a pregare
perché non ravvisa le care
sembianze della Madonna
e questa le pare
quasi una donna
perduta –
così oggi il mio cuore
davanti alla mia maschera
sconosciuta.

*


In riva alla vita

Ritorno per la strada consueta,
alla solita ora,
sotto un cielo invernale senza rondini,
un cielo d’oro ancora senza stelle.
Grava sopra le palpebre l’ombra
come una lunga mano velata
e i passi in lento abbandono s’attardano,
tanto nota è la via
e deserta
e silente.
Scattano due bambini
da un buio andito
agitando le braccia:
l’ombra sobbalza
striata da un tremulo volo
di chiare stelle filanti.
Gridano le campane,
gridano tutte
per improvviso risveglio,
gridano per arcana meraviglia,
come a un annuncio divino:
l’anima si spalanca
con le pupille
in un balzo di vita.
Sostano i bimbi
con le mani unite
ed io sosto
per non calpestare
le pallide stelle filanti
abbandonate in mezzo alla via.
Sostano i bimbi cantando
con la gracile voce
il canto alto delle campane: ed io sosto
pensandomi ferma stasera
in riva alla vita
come un cespo di giunchi
che tremi
presso un’acqua in cammino.

Milano, 12 febbraio 1931


*


Terrazza al Pincio

(ad A.M.C.)

Dai viali, a fiotti, corre sullo spiazzo
una fragranza amara d’oleandri.
Roma, immensa, s’abbuia a poco a poco,
sfiorata di rintocchi. Non un volto,
né una voce, né un gesto afferro intorno:
solo l’anima tua, solo il mio amore,
sbiancato dalla tua purezza. In breve,
nel cielo smorto di sfrenata attesa,
proromperà un rimescolio di stelle.

Antonia Pozzi

Roma, 27 luglio 1929

da "Poesia, mi confesso con te: ultime poesie inedite" (1929-1933)

Ali

Ali